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eribrenna

Erika Brenna

Direttore scientifico Posso Ets, produttore creativo.

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Questo è il Manifesto di Posso. 7 punti che dicono chi siamo, in cosa crediamo e qual è il nostro impegno. E uno finale che li contiene ed esplode, tutti: Noi possiamo restare umani!


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1 weeks ago


Io penso, dunque posso

Promuoviamo la consapevolezza dello sviluppo fondato sulla potenza del pensiero, che non può
essere subordinato alla tecnologia: prima di dire, di digitare pensiamo a cosa vogliamo esprimere, produrre, fare. A chi vogliamo essere. È l’essere umano che deve dirigere la tecnologia: non è scontato, è una conquista quotidiana che chiede consapevolezza, curiosità, capacità di porsi
domande, di stupirsi, di impegnarsi. A partire dai bambini.


3
1 weeks ago

Ci siamo presentati ufficialmente a @montecitorio lunedì 4 maggio. E a partire da oggi ci racconteremo anche qui.

Posso ETS - Noi possiamo restare umani nell’era digitale - più che un progetto è una visione, un modo di guardare alla realtà, un desiderio di un come farci responsabilmente protagonisti della dialettica tra essere umano e tecnologia. A partire dai più piccoli. I nostri figli. Il nostro presente e il nostro futuro.

Vogliamo crescere come un movimento che smuova le coscienze rimettendo al centro l’essere umano a partire da azioni concrete: la creazione di un corso di educazione digitale sperimentato nella nostra scuola primaria e la costituzione di un Comitato Scientifico di professionisti che, che, ognuno nel proprio ambito, tocca con mano l’impatto della tecnologia nel proprio vivere professionale e più di tutto, ha a cuore il nostro bene più grande, i bambini e gli adolescenti.

POSSIAMO RESTARE UMANI.
Si. Lo dobbiamo alla bellezza del nostro essere, esseri umani e a chi ha bisogno di noi per compiersi nella sua crescita, evoluzione, formazione.

Tra i link in bio potete trovare la presentazione alla Camera dei Deputati.

Grazie per l’accoglienza e la condivisione pubblica e istituzionale dei nostri valori al Presidente della Commissione Cultura @federicomollicone alla Vice Presidente della Camera, @annaascani al Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Istruzione e del Merito, @frassinetti_paola e alla Senatrice @mennunilavinia .
Grazie @giampaolocolletti per l’empatia con cui ha moderato l’incontro alla Camera.


3
1
1 weeks ago

Tutto e subito non fa bene: abbiamo una responsabilità verso le nuove generazioni.

Crescere è un percorso complicato che deve passare anche attraverso la frustrazione, le cadute e il mettersi alla prova. La gratificazione immediata è una cattiva maestra. In un tempo digitale dilatato e attrattivo, in cui tutto appare possibile sempre e subito, recuperiamo il senso profondo della parola responsabilità. Come adulti, educatori, genitori, professionisti lo dobbiamo loro.


2
2 days ago

Senza amore non c’è futuro!

L’amore non è un sentimento, è una scelta: volere il bene dell’altro anche quando costa, restare quando sarebbe più facile andarsene. Si ama solo ciò che si può perdere e questo nessuna macchina lo sa.

L’empatia si impara, le emozioni si riconoscono. L’amore no. I bambini imparano
ad amare perché vengono amati: non è una tecnica educativa, è la condizione di ogni educazione.


3
3 days ago

L’errore è un’opportunità di crescita e apprendimento.

Siamo esseri umani e possiamo sbagliare e proprio nell’errore troviamo l’opportunità di apprendere come processo di crescita.


3
4 days ago

La tecnologia non è neutra: l’AI deve essere un’estensione cognitiva, non una delega.

La tecnologia non è mai neutra: produce sempre effetti e reazioni. L’AI in particolare è un meraviglioso strumento in continua evoluzione che dobbiamo imparare a conoscere e utilizzare per espandere le nostre capacità cognitive, non qualcosa a cui delegare i nostri pensieri, le nostre
scelte, la nostra vita.


2
5 days ago

L’educazione digitale non è un Cosa, ma un Come!

Insegniamo ai bambini Come pensare digitale, ben prima di Cosa fare con il digitale.


2
1 weeks ago


Noi siamo relazione!

Favoriamo relazioni autentiche tra bambini, genitori e scuola dove i bambini tornino, in un
percorso educativo volto alla costruzione di capacità di ragionamento critico, a sentirsi osservati e
accolti, in una formazione non fondata soltanto sulle performance.


1 weeks ago

Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
Topi&Dede (parziale 3 scudetti 2 coppe Italia)

Grazie @toopeka @lalauv11 🖤🩵


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3
1 weeks ago

Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
Topi&Dede (parziale 3 scudetti 2 coppe Italia)

Grazie @toopeka @lalauv11 🖤🩵


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Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
Topi&Dede (parziale 3 scudetti 2 coppe Italia)

Grazie @toopeka @lalauv11 🖤🩵


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Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
Topi&Dede (parziale 3 scudetti 2 coppe Italia)

Grazie @toopeka @lalauv11 🖤🩵


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Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
Topi&Dede (parziale 3 scudetti 2 coppe Italia)

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Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
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Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
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Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
Topi&Dede (parziale 3 scudetti 2 coppe Italia)

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Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
Topi&Dede (parziale 3 scudetti 2 coppe Italia)

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Non c’è stata una volta sola in cui non sia stato speciale. Gioie. Dolori. Ma sempre appartenenza. In quel «non me lo so spiegare», ma «C’è solo l’Inter”.
Da quella prima partita, secondo rosso, io, papà, la mia compagna di banco e sua zia. Era il 27 novembre 1988, un’Inter Cesena con goal lampo di di Matteoli da fuori area. Era l’anno dello scudetto dei record Erano passati solo 28 secondi. A me ne sono bastati molti di meno per sentirmi a casa, li. A San Siro, dentro il nerazzurro, che poi sei stato di tutti i colori: rosso, arancio, verde, box. In alternato. Io e papà, da soli. E poi con i suoi amici. E poi io e gli amici dell’Università (la Fede) e qualche volta papà. Papà che andava con Sergio e poi mi chiamava. O viceversa. Gli anni con Guido e Marcela. L’arrivo di Ronaldo. La sconfitta con lo Shalke 04. E anche un derby con un 6 di passivo, dove al quarto preso papà mi ha guardata e mi ha detto «Andiamo». E poi Inter Liverpool dove ho incontrato Jeroen. E la maglietta con scritto, dopo il Triplete, «Sono ancora campione d’Italia ma Mourinho non è il mio allenatore». E l’alba fatta dopo la notte di Madrid dove «il principe diventò re». Il ristorante dopo la partita con papà, a volte con Zanetti e Zamorano. E non riuscivo a dire una parola. E poi il Mancio e gli anni della costruzione della «nuova era». Andare in vespa, incontrare Moratti e cane con la bandiera, abbracciandoci. E l’addio al calcio del Capitano. Oggi è stato speciale, di nuovo, come mai. Una mancanza e una nuova presenza. Nel gioco della vita non c’è passione più bella da tramandare che quella per il gioco del calcio. Di un’appartenza al nero e all’azzurro. I colori del cielo e della notte.
Topi&Dede (parziale 3 scudetti 2 coppe Italia)

Grazie @toopeka @lalauv11 🖤🩵


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1 weeks ago

Ascoltare, osservare, scrivere e poi raccontare.
Una tra le cose che amo di più.

Listen, observe, then write and tell the story.
One of the things I love most.

Nest Stories, a new format.
@nest.italy and @tenutadipaternostro, Chapter 1

Nest Stories is Nest’s new project that explores the uniqueness, beauty, and care that comes to life and shape in the properties associated with its brand. A journey into the heart of its origins, the attention to detail, the roots, and the vision with which each nest was conceived and welcomes its guests.

A format created and written by Erika Brenna for Nest @eribrenna
Filmed, edited, and directed by Nicolas Vanegas Sanchez @nicolas_nreal
Original music by Piero Salvatori @pierosalvatori_
@oliviamariotti
@tenutadipaternostro @nestitaly @me.fbbn
#neststories #nestitaly #nest #nido #madeinitaly


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2 months ago

La morte non esiste.


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La morte non esiste.


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La morte non esiste.


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La morte non esiste.


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