Rivista Studio
Attualità - Cultura - Stili di vita.
Le cose di cui si parla, più tutto il resto.

Oggi esce il nuovo Rivista Studio, un numero un po’ più nuovo degli altri: abbiamo cambiato grafica, formato, carta, e introdotto molte novità che scoprirete sfogliando e leggendo.
“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
In allegato a questo numero trovate anche il poster da collezione dedicato al cortometraggio che abbiamo realizzato in collaborazione con @maisonvalentino, “Roma Città Spersa”, che racconta la geografia sentimentale della Città (Eterna) odierna.
Trovate il nuovo numero nel nostro store, al link in bio.
Editor in chief: @valentina_ardia
Creative direction: @luigi_vi
Cover image: David Lindert

Oggi esce il nuovo Rivista Studio, un numero un po’ più nuovo degli altri: abbiamo cambiato grafica, formato, carta, e introdotto molte novità che scoprirete sfogliando e leggendo.
“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
In allegato a questo numero trovate anche il poster da collezione dedicato al cortometraggio che abbiamo realizzato in collaborazione con @maisonvalentino, “Roma Città Spersa”, che racconta la geografia sentimentale della Città (Eterna) odierna.
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Cover image: David Lindert

Oggi esce il nuovo Rivista Studio, un numero un po’ più nuovo degli altri: abbiamo cambiato grafica, formato, carta, e introdotto molte novità che scoprirete sfogliando e leggendo.
“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
In allegato a questo numero trovate anche il poster da collezione dedicato al cortometraggio che abbiamo realizzato in collaborazione con @maisonvalentino, “Roma Città Spersa”, che racconta la geografia sentimentale della Città (Eterna) odierna.
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Cover image: David Lindert

Oggi esce il nuovo Rivista Studio, un numero un po’ più nuovo degli altri: abbiamo cambiato grafica, formato, carta, e introdotto molte novità che scoprirete sfogliando e leggendo.
“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
In allegato a questo numero trovate anche il poster da collezione dedicato al cortometraggio che abbiamo realizzato in collaborazione con @maisonvalentino, “Roma Città Spersa”, che racconta la geografia sentimentale della Città (Eterna) odierna.
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Oggi esce il nuovo Rivista Studio, un numero un po’ più nuovo degli altri: abbiamo cambiato grafica, formato, carta, e introdotto molte novità che scoprirete sfogliando e leggendo.
“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
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“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
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“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
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“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
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Oggi esce il nuovo Rivista Studio, un numero un po’ più nuovo degli altri: abbiamo cambiato grafica, formato, carta, e introdotto molte novità che scoprirete sfogliando e leggendo.
“Abitare la permacrisi” è il titolo che abbiamo scelto per questo numero 66, in cui proviamo a rispondere, più che a una domanda, a un bisogno: se è vero, come è vero, che la crisi è qui per restare e che tocca ormai continuamente tutti gli aspetti della nostra vita – da quelli più macroscopici e collettivi a quelli più intimi e personali, dalla politica internazionale alle relazioni sentimentali – cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per vivere in questo mondo? E, possibilmente, cambiarlo in meglio?
La risposta abbiamo provato a darla assieme a Paolo Giordano (@pg_paologiordano), Olga Campofreda (@thecoldfield), Luca Molinari (@lucamolinari_architecture), Benni Bosetto (@bennibosetto), tra gli altri. Attraverso lo sguardo di un giovane fotografo, David Lindert, che illustra queste storie in cui non ricordiamo solo la stabilità che ormai abbiamo perso ma cerchiamo anche un nuovo equilibrio che ci aiuti ad attraversarla, questa permacrisi.
In allegato a questo numero trovate anche il poster da collezione dedicato al cortometraggio che abbiamo realizzato in collaborazione con @maisonvalentino, “Roma Città Spersa”, che racconta la geografia sentimentale della Città (Eterna) odierna.
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Gli appassionati di videogiochi lo sanno: ci sono poche cose più rilassanti di un cozy game. I non appassionati di videogiochi a questo punto si staranno chiedendo: cosa è un cozy game? In breve: è un videogioco rilassante, dall’atmosfera calda e accogliente, che chiede al giocatore di cimentarsi in sfide ispirate ad attività quotidiane, a passatempi e lavoretti.
È un genere che in questi anni sta riscuotendo un gran successo, ed è facile capire perché: Dio sa se abbiamo tutti un immenso bisogno di rilassarci e andarcene in un mondo in cui sono solo cose semplici da fare, ognuno con i suoi tempi, nessuna pressione, nessuna fretta.
L’ultimo esponente di questa già gloriosissima famiglia del videogioco si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library. È esattamente quello che il titolo suggerisce: il giocatore interpreta un bibliotecario che deve mettere in ordine i libri nella sua biblioteca. Facile, no? Mica tanto. La Arcane Library è alta due piani e al suo interno sono conservati 3072 volumi. Al momento in cui si inizia a giocare, di questi 3072 volumi nemmeno uno sta al suo posto: sono tutti buttati sul pavimento, tra il primo e il secondo piano della biblioteca, un oceano di carta in cui il giocatore deve capire come orientarsi.
La missione è semplice: il gioco finisce quando il giocatore avrà rimesso a posto tutti i 3072 volumi. E si potrebbe dire: facile, prendi il volume, lo piazzi nel primo spazio libero nella prima libreria disponibile, avanti così per altre 3072 volte, gioco finito in un batter d’occhio. E invece no, perché ogni singolo volume ha il suo posto, può essere riposto lì e soltanto lì.
All’ingresso della biblioteca c’è una mappa che indica dove bisogna riporre i libri: lo scaffale 1A, qui vanno tutti i libri sui mostri; nello scaffale 2N, tutti i saggi storici; nello scaffale 1G tutti i volumi «sugli artefatti magici e gli incantesimi»; nello scaffale 2K bisogna mettere tutti i trattati di giurisprudenza; e così via, avanti per altre 3072 volte fino alla fine del gioco.
Credits video TikTok: unaliatv, kaynofilter, sonoketgaming
#librarian #videogiochi #cozygame
Gli appassionati di videogiochi lo sanno: ci sono poche cose più rilassanti di un cozy game. I non appassionati di videogiochi a questo punto si staranno chiedendo: cosa è un cozy game? In breve: è un videogioco rilassante, dall’atmosfera calda e accogliente, che chiede al giocatore di cimentarsi in sfide ispirate ad attività quotidiane, a passatempi e lavoretti.
È un genere che in questi anni sta riscuotendo un gran successo, ed è facile capire perché: Dio sa se abbiamo tutti un immenso bisogno di rilassarci e andarcene in un mondo in cui sono solo cose semplici da fare, ognuno con i suoi tempi, nessuna pressione, nessuna fretta.
L’ultimo esponente di questa già gloriosissima famiglia del videogioco si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library. È esattamente quello che il titolo suggerisce: il giocatore interpreta un bibliotecario che deve mettere in ordine i libri nella sua biblioteca. Facile, no? Mica tanto. La Arcane Library è alta due piani e al suo interno sono conservati 3072 volumi. Al momento in cui si inizia a giocare, di questi 3072 volumi nemmeno uno sta al suo posto: sono tutti buttati sul pavimento, tra il primo e il secondo piano della biblioteca, un oceano di carta in cui il giocatore deve capire come orientarsi.
La missione è semplice: il gioco finisce quando il giocatore avrà rimesso a posto tutti i 3072 volumi. E si potrebbe dire: facile, prendi il volume, lo piazzi nel primo spazio libero nella prima libreria disponibile, avanti così per altre 3072 volte, gioco finito in un batter d’occhio. E invece no, perché ogni singolo volume ha il suo posto, può essere riposto lì e soltanto lì.
All’ingresso della biblioteca c’è una mappa che indica dove bisogna riporre i libri: lo scaffale 1A, qui vanno tutti i libri sui mostri; nello scaffale 2N, tutti i saggi storici; nello scaffale 1G tutti i volumi «sugli artefatti magici e gli incantesimi»; nello scaffale 2K bisogna mettere tutti i trattati di giurisprudenza; e così via, avanti per altre 3072 volte fino alla fine del gioco.
Credits video TikTok: unaliatv, kaynofilter, sonoketgaming
#librarian #videogiochi #cozygame

Gli appassionati di videogiochi lo sanno: ci sono poche cose più rilassanti di un cozy game. I non appassionati di videogiochi a questo punto si staranno chiedendo: cosa è un cozy game? In breve: è un videogioco rilassante, dall’atmosfera calda e accogliente, che chiede al giocatore di cimentarsi in sfide ispirate ad attività quotidiane, a passatempi e lavoretti.
È un genere che in questi anni sta riscuotendo un gran successo, ed è facile capire perché: Dio sa se abbiamo tutti un immenso bisogno di rilassarci e andarcene in un mondo in cui sono solo cose semplici da fare, ognuno con i suoi tempi, nessuna pressione, nessuna fretta.
L’ultimo esponente di questa già gloriosissima famiglia del videogioco si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library. È esattamente quello che il titolo suggerisce: il giocatore interpreta un bibliotecario che deve mettere in ordine i libri nella sua biblioteca. Facile, no? Mica tanto. La Arcane Library è alta due piani e al suo interno sono conservati 3072 volumi. Al momento in cui si inizia a giocare, di questi 3072 volumi nemmeno uno sta al suo posto: sono tutti buttati sul pavimento, tra il primo e il secondo piano della biblioteca, un oceano di carta in cui il giocatore deve capire come orientarsi.
La missione è semplice: il gioco finisce quando il giocatore avrà rimesso a posto tutti i 3072 volumi. E si potrebbe dire: facile, prendi il volume, lo piazzi nel primo spazio libero nella prima libreria disponibile, avanti così per altre 3072 volte, gioco finito in un batter d’occhio. E invece no, perché ogni singolo volume ha il suo posto, può essere riposto lì e soltanto lì.
All’ingresso della biblioteca c’è una mappa che indica dove bisogna riporre i libri: lo scaffale 1A, qui vanno tutti i libri sui mostri; nello scaffale 2N, tutti i saggi storici; nello scaffale 1G tutti i volumi «sugli artefatti magici e gli incantesimi»; nello scaffale 2K bisogna mettere tutti i trattati di giurisprudenza; e così via, avanti per altre 3072 volte fino alla fine del gioco.
Credits video TikTok: unaliatv, kaynofilter, sonoketgaming
#librarian #videogiochi #cozygame
Gli appassionati di videogiochi lo sanno: ci sono poche cose più rilassanti di un cozy game. I non appassionati di videogiochi a questo punto si staranno chiedendo: cosa è un cozy game? In breve: è un videogioco rilassante, dall’atmosfera calda e accogliente, che chiede al giocatore di cimentarsi in sfide ispirate ad attività quotidiane, a passatempi e lavoretti.
È un genere che in questi anni sta riscuotendo un gran successo, ed è facile capire perché: Dio sa se abbiamo tutti un immenso bisogno di rilassarci e andarcene in un mondo in cui sono solo cose semplici da fare, ognuno con i suoi tempi, nessuna pressione, nessuna fretta.
L’ultimo esponente di questa già gloriosissima famiglia del videogioco si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library. È esattamente quello che il titolo suggerisce: il giocatore interpreta un bibliotecario che deve mettere in ordine i libri nella sua biblioteca. Facile, no? Mica tanto. La Arcane Library è alta due piani e al suo interno sono conservati 3072 volumi. Al momento in cui si inizia a giocare, di questi 3072 volumi nemmeno uno sta al suo posto: sono tutti buttati sul pavimento, tra il primo e il secondo piano della biblioteca, un oceano di carta in cui il giocatore deve capire come orientarsi.
La missione è semplice: il gioco finisce quando il giocatore avrà rimesso a posto tutti i 3072 volumi. E si potrebbe dire: facile, prendi il volume, lo piazzi nel primo spazio libero nella prima libreria disponibile, avanti così per altre 3072 volte, gioco finito in un batter d’occhio. E invece no, perché ogni singolo volume ha il suo posto, può essere riposto lì e soltanto lì.
All’ingresso della biblioteca c’è una mappa che indica dove bisogna riporre i libri: lo scaffale 1A, qui vanno tutti i libri sui mostri; nello scaffale 2N, tutti i saggi storici; nello scaffale 1G tutti i volumi «sugli artefatti magici e gli incantesimi»; nello scaffale 2K bisogna mettere tutti i trattati di giurisprudenza; e così via, avanti per altre 3072 volte fino alla fine del gioco.
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Gli appassionati di videogiochi lo sanno: ci sono poche cose più rilassanti di un cozy game. I non appassionati di videogiochi a questo punto si staranno chiedendo: cosa è un cozy game? In breve: è un videogioco rilassante, dall’atmosfera calda e accogliente, che chiede al giocatore di cimentarsi in sfide ispirate ad attività quotidiane, a passatempi e lavoretti.
È un genere che in questi anni sta riscuotendo un gran successo, ed è facile capire perché: Dio sa se abbiamo tutti un immenso bisogno di rilassarci e andarcene in un mondo in cui sono solo cose semplici da fare, ognuno con i suoi tempi, nessuna pressione, nessuna fretta.
L’ultimo esponente di questa già gloriosissima famiglia del videogioco si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library. È esattamente quello che il titolo suggerisce: il giocatore interpreta un bibliotecario che deve mettere in ordine i libri nella sua biblioteca. Facile, no? Mica tanto. La Arcane Library è alta due piani e al suo interno sono conservati 3072 volumi. Al momento in cui si inizia a giocare, di questi 3072 volumi nemmeno uno sta al suo posto: sono tutti buttati sul pavimento, tra il primo e il secondo piano della biblioteca, un oceano di carta in cui il giocatore deve capire come orientarsi.
La missione è semplice: il gioco finisce quando il giocatore avrà rimesso a posto tutti i 3072 volumi. E si potrebbe dire: facile, prendi il volume, lo piazzi nel primo spazio libero nella prima libreria disponibile, avanti così per altre 3072 volte, gioco finito in un batter d’occhio. E invece no, perché ogni singolo volume ha il suo posto, può essere riposto lì e soltanto lì.
All’ingresso della biblioteca c’è una mappa che indica dove bisogna riporre i libri: lo scaffale 1A, qui vanno tutti i libri sui mostri; nello scaffale 2N, tutti i saggi storici; nello scaffale 1G tutti i volumi «sugli artefatti magici e gli incantesimi»; nello scaffale 2K bisogna mettere tutti i trattati di giurisprudenza; e così via, avanti per altre 3072 volte fino alla fine del gioco.
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#librarian #videogiochi #cozygame

Gli appassionati di videogiochi lo sanno: ci sono poche cose più rilassanti di un cozy game. I non appassionati di videogiochi a questo punto si staranno chiedendo: cosa è un cozy game? In breve: è un videogioco rilassante, dall’atmosfera calda e accogliente, che chiede al giocatore di cimentarsi in sfide ispirate ad attività quotidiane, a passatempi e lavoretti.
È un genere che in questi anni sta riscuotendo un gran successo, ed è facile capire perché: Dio sa se abbiamo tutti un immenso bisogno di rilassarci e andarcene in un mondo in cui sono solo cose semplici da fare, ognuno con i suoi tempi, nessuna pressione, nessuna fretta.
L’ultimo esponente di questa già gloriosissima famiglia del videogioco si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library. È esattamente quello che il titolo suggerisce: il giocatore interpreta un bibliotecario che deve mettere in ordine i libri nella sua biblioteca. Facile, no? Mica tanto. La Arcane Library è alta due piani e al suo interno sono conservati 3072 volumi. Al momento in cui si inizia a giocare, di questi 3072 volumi nemmeno uno sta al suo posto: sono tutti buttati sul pavimento, tra il primo e il secondo piano della biblioteca, un oceano di carta in cui il giocatore deve capire come orientarsi.
La missione è semplice: il gioco finisce quando il giocatore avrà rimesso a posto tutti i 3072 volumi. E si potrebbe dire: facile, prendi il volume, lo piazzi nel primo spazio libero nella prima libreria disponibile, avanti così per altre 3072 volte, gioco finito in un batter d’occhio. E invece no, perché ogni singolo volume ha il suo posto, può essere riposto lì e soltanto lì.
All’ingresso della biblioteca c’è una mappa che indica dove bisogna riporre i libri: lo scaffale 1A, qui vanno tutti i libri sui mostri; nello scaffale 2N, tutti i saggi storici; nello scaffale 1G tutti i volumi «sugli artefatti magici e gli incantesimi»; nello scaffale 2K bisogna mettere tutti i trattati di giurisprudenza; e così via, avanti per altre 3072 volte fino alla fine del gioco.
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Gli appassionati di videogiochi lo sanno: ci sono poche cose più rilassanti di un cozy game. I non appassionati di videogiochi a questo punto si staranno chiedendo: cosa è un cozy game? In breve: è un videogioco rilassante, dall’atmosfera calda e accogliente, che chiede al giocatore di cimentarsi in sfide ispirate ad attività quotidiane, a passatempi e lavoretti.
È un genere che in questi anni sta riscuotendo un gran successo, ed è facile capire perché: Dio sa se abbiamo tutti un immenso bisogno di rilassarci e andarcene in un mondo in cui sono solo cose semplici da fare, ognuno con i suoi tempi, nessuna pressione, nessuna fretta.
L’ultimo esponente di questa già gloriosissima famiglia del videogioco si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library. È esattamente quello che il titolo suggerisce: il giocatore interpreta un bibliotecario che deve mettere in ordine i libri nella sua biblioteca. Facile, no? Mica tanto. La Arcane Library è alta due piani e al suo interno sono conservati 3072 volumi. Al momento in cui si inizia a giocare, di questi 3072 volumi nemmeno uno sta al suo posto: sono tutti buttati sul pavimento, tra il primo e il secondo piano della biblioteca, un oceano di carta in cui il giocatore deve capire come orientarsi.
La missione è semplice: il gioco finisce quando il giocatore avrà rimesso a posto tutti i 3072 volumi. E si potrebbe dire: facile, prendi il volume, lo piazzi nel primo spazio libero nella prima libreria disponibile, avanti così per altre 3072 volte, gioco finito in un batter d’occhio. E invece no, perché ogni singolo volume ha il suo posto, può essere riposto lì e soltanto lì.
All’ingresso della biblioteca c’è una mappa che indica dove bisogna riporre i libri: lo scaffale 1A, qui vanno tutti i libri sui mostri; nello scaffale 2N, tutti i saggi storici; nello scaffale 1G tutti i volumi «sugli artefatti magici e gli incantesimi»; nello scaffale 2K bisogna mettere tutti i trattati di giurisprudenza; e così via, avanti per altre 3072 volte fino alla fine del gioco.
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#librarian #videogiochi #cozygame

Se siete tra quelli convinti che l’umanità avesse già abbastanza problemi prima dell’invenzione dell’AI, le scene che stiamo per raccontarvi le avete già viste, probabilmente sono già passate sui vostri schermi nelle scorse settimana. In una c’è il Ceo di Google, Eric Schmidt, che tiene il tradizionale discorso che nelle università americane questo o quel personaggio pubblico, di fama locale, nazionale o internazionale, viene invitato a tenere come commiato per i neo laureati.
Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
Lui cerca di salvare il salvabile dicendo che capisce la paura, il terrore di non trovare lavoro, o di perderlo, perché è più conveniente far fare la stessa cosa a una macchina. I fischi continuano.
Un’altra scena, molto simile. Siamo alla University of Central Florida. Un altro discorso agli studenti freschi di laurea. Sul palco c’è Gloria Caufield, di mestiere dirigente di un’agenzia immobiliare.
«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
Crediti video TikTok: mothership, complex unitedpixel_ai2
#ai #ronniecheng #saynotoai
Se siete tra quelli convinti che l’umanità avesse già abbastanza problemi prima dell’invenzione dell’AI, le scene che stiamo per raccontarvi le avete già viste, probabilmente sono già passate sui vostri schermi nelle scorse settimana. In una c’è il Ceo di Google, Eric Schmidt, che tiene il tradizionale discorso che nelle università americane questo o quel personaggio pubblico, di fama locale, nazionale o internazionale, viene invitato a tenere come commiato per i neo laureati.
Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
Lui cerca di salvare il salvabile dicendo che capisce la paura, il terrore di non trovare lavoro, o di perderlo, perché è più conveniente far fare la stessa cosa a una macchina. I fischi continuano.
Un’altra scena, molto simile. Siamo alla University of Central Florida. Un altro discorso agli studenti freschi di laurea. Sul palco c’è Gloria Caufield, di mestiere dirigente di un’agenzia immobiliare.
«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
Crediti video TikTok: mothership, complex unitedpixel_ai2
#ai #ronniecheng #saynotoai

Se siete tra quelli convinti che l’umanità avesse già abbastanza problemi prima dell’invenzione dell’AI, le scene che stiamo per raccontarvi le avete già viste, probabilmente sono già passate sui vostri schermi nelle scorse settimana. In una c’è il Ceo di Google, Eric Schmidt, che tiene il tradizionale discorso che nelle università americane questo o quel personaggio pubblico, di fama locale, nazionale o internazionale, viene invitato a tenere come commiato per i neo laureati.
Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
Lui cerca di salvare il salvabile dicendo che capisce la paura, il terrore di non trovare lavoro, o di perderlo, perché è più conveniente far fare la stessa cosa a una macchina. I fischi continuano.
Un’altra scena, molto simile. Siamo alla University of Central Florida. Un altro discorso agli studenti freschi di laurea. Sul palco c’è Gloria Caufield, di mestiere dirigente di un’agenzia immobiliare.
«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
Crediti video TikTok: mothership, complex unitedpixel_ai2
#ai #ronniecheng #saynotoai
Se siete tra quelli convinti che l’umanità avesse già abbastanza problemi prima dell’invenzione dell’AI, le scene che stiamo per raccontarvi le avete già viste, probabilmente sono già passate sui vostri schermi nelle scorse settimana. In una c’è il Ceo di Google, Eric Schmidt, che tiene il tradizionale discorso che nelle università americane questo o quel personaggio pubblico, di fama locale, nazionale o internazionale, viene invitato a tenere come commiato per i neo laureati.
Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
Lui cerca di salvare il salvabile dicendo che capisce la paura, il terrore di non trovare lavoro, o di perderlo, perché è più conveniente far fare la stessa cosa a una macchina. I fischi continuano.
Un’altra scena, molto simile. Siamo alla University of Central Florida. Un altro discorso agli studenti freschi di laurea. Sul palco c’è Gloria Caufield, di mestiere dirigente di un’agenzia immobiliare.
«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
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Se siete tra quelli convinti che l’umanità avesse già abbastanza problemi prima dell’invenzione dell’AI, le scene che stiamo per raccontarvi le avete già viste, probabilmente sono già passate sui vostri schermi nelle scorse settimana. In una c’è il Ceo di Google, Eric Schmidt, che tiene il tradizionale discorso che nelle università americane questo o quel personaggio pubblico, di fama locale, nazionale o internazionale, viene invitato a tenere come commiato per i neo laureati.
Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
Lui cerca di salvare il salvabile dicendo che capisce la paura, il terrore di non trovare lavoro, o di perderlo, perché è più conveniente far fare la stessa cosa a una macchina. I fischi continuano.
Un’altra scena, molto simile. Siamo alla University of Central Florida. Un altro discorso agli studenti freschi di laurea. Sul palco c’è Gloria Caufield, di mestiere dirigente di un’agenzia immobiliare.
«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
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Se siete tra quelli convinti che l’umanità avesse già abbastanza problemi prima dell’invenzione dell’AI, le scene che stiamo per raccontarvi le avete già viste, probabilmente sono già passate sui vostri schermi nelle scorse settimana. In una c’è il Ceo di Google, Eric Schmidt, che tiene il tradizionale discorso che nelle università americane questo o quel personaggio pubblico, di fama locale, nazionale o internazionale, viene invitato a tenere come commiato per i neo laureati.
Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
Lui cerca di salvare il salvabile dicendo che capisce la paura, il terrore di non trovare lavoro, o di perderlo, perché è più conveniente far fare la stessa cosa a una macchina. I fischi continuano.
Un’altra scena, molto simile. Siamo alla University of Central Florida. Un altro discorso agli studenti freschi di laurea. Sul palco c’è Gloria Caufield, di mestiere dirigente di un’agenzia immobiliare.
«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
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Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
Lui cerca di salvare il salvabile dicendo che capisce la paura, il terrore di non trovare lavoro, o di perderlo, perché è più conveniente far fare la stessa cosa a una macchina. I fischi continuano.
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«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
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«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
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Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
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Un’altra scena, molto simile. Siamo alla University of Central Florida. Un altro discorso agli studenti freschi di laurea. Sul palco c’è Gloria Caufield, di mestiere dirigente di un’agenzia immobiliare.
«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
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Schmidt parla agli ormai ex studenti della University of Arizona, a un certo punto il suo discorso verte sulla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, cioè l’intelligenza artificiale. «Toccherà tutti i mestieri, tutte le aule scolastiche, tutti gli ospedali, tutti i laboratori, tutte le persone e tutti i rapporti che avete». Dal pubblico si levano subito i fischi, che si moltiplicano, diventano un muro sul quale si schianta la retorica tecnottimista di Schmidt.
Lui cerca di salvare il salvabile dicendo che capisce la paura, il terrore di non trovare lavoro, o di perderlo, perché è più conveniente far fare la stessa cosa a una macchina. I fischi continuano.
Un’altra scena, molto simile. Siamo alla University of Central Florida. Un altro discorso agli studenti freschi di laurea. Sul palco c’è Gloria Caufield, di mestiere dirigente di un’agenzia immobiliare.
«L’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale», dice. Di nuovo si alza il muro di fischi. Una stranita Caufield si chiede: «Ho toccato un nervo scoperto». I fischi continuano, quindi evidentemente sì. «Posso finire?», chiede Cuafield. I fischi continuano, quindi evidentemente no.
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Non vorrei impuntarmi sulla demolizione della terza stagione di Euphoria, anche perché sarebbe troppo facile e, spero, abbastanza ovvio a tutti il suo fallimento sia come prodotto culturale sia come semplice prodotto di intrattenimento. La cosa interessante non è stabilire che Euphoria sia diventata brutta, ma capire come un prodotto così povero, confuso e a tratti moralmente osceno possa continuare a essere recepito dentro il perimetro della prestige tv: cioè dentro quella tradizione culturale che ci ha insegnato a guardare la televisione non più come semplice passatempo, ma come forma artistica adulta, ambiziosa, persino superiore al cinema nella sua capacità di osservare personaggi, mondi e tematiche nel tempo.
Non vorrei impuntarmi sulla demolizione della terza stagione di Euphoria, anche perché sarebbe troppo facile e, spero, abbastanza ovvio a tutti il suo fallimento sia come prodotto culturale sia come semplice prodotto di intrattenimento. La cosa interessante non è stabilire che Euphoria sia diventata brutta, ma capire come un prodotto così povero, confuso e a tratti moralmente osceno possa continuare a essere recepito dentro il perimetro della prestige tv: cioè dentro quella tradizione culturale che ci ha insegnato a guardare la televisione non più come semplice passatempo, ma come forma artistica adulta, ambiziosa, persino superiore al cinema nella sua capacità di osservare personaggi, mondi e tematiche nel tempo.
Non vorrei impuntarmi sulla demolizione della terza stagione di Euphoria, anche perché sarebbe troppo facile e, spero, abbastanza ovvio a tutti il suo fallimento sia come prodotto culturale sia come semplice prodotto di intrattenimento.
Leggi il pezzo completo di @lucaaavigo al link in bio.
#euphoria

Non vorrei impuntarmi sulla demolizione della terza stagione di Euphoria, anche perché sarebbe troppo facile e, spero, abbastanza ovvio a tutti il suo fallimento sia come prodotto culturale sia come semplice prodotto di intrattenimento. La cosa interessante non è stabilire che Euphoria sia diventata brutta, ma capire come un prodotto così povero, confuso e a tratti moralmente osceno possa continuare a essere recepito dentro il perimetro della prestige tv: cioè dentro quella tradizione culturale che ci ha insegnato a guardare la televisione non più come semplice passatempo, ma come forma artistica adulta, ambiziosa, persino superiore al cinema nella sua capacità di osservare personaggi, mondi e tematiche nel tempo.
Non vorrei impuntarmi sulla demolizione della terza stagione di Euphoria, anche perché sarebbe troppo facile e, spero, abbastanza ovvio a tutti il suo fallimento sia come prodotto culturale sia come semplice prodotto di intrattenimento. La cosa interessante non è stabilire che Euphoria sia diventata brutta, ma capire come un prodotto così povero, confuso e a tratti moralmente osceno possa continuare a essere recepito dentro il perimetro della prestige tv: cioè dentro quella tradizione culturale che ci ha insegnato a guardare la televisione non più come semplice passatempo, ma come forma artistica adulta, ambiziosa, persino superiore al cinema nella sua capacità di osservare personaggi, mondi e tematiche nel tempo.
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Non vorrei impuntarmi sulla demolizione della terza stagione di Euphoria, anche perché sarebbe troppo facile e, spero, abbastanza ovvio a tutti il suo fallimento sia come prodotto culturale sia come semplice prodotto di intrattenimento.
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#euphoria

Il governo tedesco ha finalmente deciso di fare qualcosa per aiutare i club a uscire dalla crisi nerissima che da anni sta portando a chiusure di locali storici e a un fortissimo ridimensionamento della scena.
Una riforma appena approvata dal Consiglio dei Ministri darà ai club lo stesso status giuridico e lo stesso valore socioculturale attribuito ai teatri, un tentativo – tardivo, d’accordo; insufficiente, va bene; ma comunque un tentativo di fare qualcosa – di proteggere i club dalla speculazione edilizia, dalla spirale iperinflattiva e dagli sfratti esecutivi che hanno portato alla chiusura di tanti club che hanno fatto la storia della musica e della Germania.
L’equiparazione con i teatri non è soltanto una questione di status: si tratta di una misura sostanziale, che consente innanzitutto ai proprietari di club di aprire e tenere aperti i locali anche in zone che fin qui erano loro vietate.
er esempio, le cosiddette zone a uso misto, cioè quelle in cui è consentita l’apertura solo di determinate attività economiche – negozi al dettaglio, gastronomie, uffici – e di servizi per la collettività – centri culturali, sportivi e ricreativi – accanto alle abitazioni dei privati cittadini. Fin qui, così come nelle zone esclusivamente residenziali, non si poteva aprire un club in queste parti di città, per fin qui i club erano (ufficialmente) equiparati ad attività “moleste” come sale scommesse, casinò, sexy shop e i Freikörperkultur, i centri della “cultura del corpo libero”, cioè i bordelli.
Ora non più, la riforma del governo Mertz ha finalmente e giustamente posto rimedio (anche se nelle zone residenziali il permesso di aprire un club verrà concesso solo a certe stringenti condizioni, previe valutazioni caso per caso).
Se verrà approvata anche dai due rami del Parlamento tedesco, la nuova legislazione fornirà anche ai club un minimo di protezione dalla speculazione immobiliare, riconoscendo i club come luoghi di valore artistico-culturale e rendendo molto più difficile per i proprietari degli immobili sfrattarli per convertire il locale in qualcos’altro.
#club #berlin

Il governo tedesco ha finalmente deciso di fare qualcosa per aiutare i club a uscire dalla crisi nerissima che da anni sta portando a chiusure di locali storici e a un fortissimo ridimensionamento della scena.
Una riforma appena approvata dal Consiglio dei Ministri darà ai club lo stesso status giuridico e lo stesso valore socioculturale attribuito ai teatri, un tentativo – tardivo, d’accordo; insufficiente, va bene; ma comunque un tentativo di fare qualcosa – di proteggere i club dalla speculazione edilizia, dalla spirale iperinflattiva e dagli sfratti esecutivi che hanno portato alla chiusura di tanti club che hanno fatto la storia della musica e della Germania.
L’equiparazione con i teatri non è soltanto una questione di status: si tratta di una misura sostanziale, che consente innanzitutto ai proprietari di club di aprire e tenere aperti i locali anche in zone che fin qui erano loro vietate.
er esempio, le cosiddette zone a uso misto, cioè quelle in cui è consentita l’apertura solo di determinate attività economiche – negozi al dettaglio, gastronomie, uffici – e di servizi per la collettività – centri culturali, sportivi e ricreativi – accanto alle abitazioni dei privati cittadini. Fin qui, così come nelle zone esclusivamente residenziali, non si poteva aprire un club in queste parti di città, per fin qui i club erano (ufficialmente) equiparati ad attività “moleste” come sale scommesse, casinò, sexy shop e i Freikörperkultur, i centri della “cultura del corpo libero”, cioè i bordelli.
Ora non più, la riforma del governo Mertz ha finalmente e giustamente posto rimedio (anche se nelle zone residenziali il permesso di aprire un club verrà concesso solo a certe stringenti condizioni, previe valutazioni caso per caso).
Se verrà approvata anche dai due rami del Parlamento tedesco, la nuova legislazione fornirà anche ai club un minimo di protezione dalla speculazione immobiliare, riconoscendo i club come luoghi di valore artistico-culturale e rendendo molto più difficile per i proprietari degli immobili sfrattarli per convertire il locale in qualcos’altro.
#club #berlin

Il governo tedesco ha finalmente deciso di fare qualcosa per aiutare i club a uscire dalla crisi nerissima che da anni sta portando a chiusure di locali storici e a un fortissimo ridimensionamento della scena.
Una riforma appena approvata dal Consiglio dei Ministri darà ai club lo stesso status giuridico e lo stesso valore socioculturale attribuito ai teatri, un tentativo – tardivo, d’accordo; insufficiente, va bene; ma comunque un tentativo di fare qualcosa – di proteggere i club dalla speculazione edilizia, dalla spirale iperinflattiva e dagli sfratti esecutivi che hanno portato alla chiusura di tanti club che hanno fatto la storia della musica e della Germania.
L’equiparazione con i teatri non è soltanto una questione di status: si tratta di una misura sostanziale, che consente innanzitutto ai proprietari di club di aprire e tenere aperti i locali anche in zone che fin qui erano loro vietate.
er esempio, le cosiddette zone a uso misto, cioè quelle in cui è consentita l’apertura solo di determinate attività economiche – negozi al dettaglio, gastronomie, uffici – e di servizi per la collettività – centri culturali, sportivi e ricreativi – accanto alle abitazioni dei privati cittadini. Fin qui, così come nelle zone esclusivamente residenziali, non si poteva aprire un club in queste parti di città, per fin qui i club erano (ufficialmente) equiparati ad attività “moleste” come sale scommesse, casinò, sexy shop e i Freikörperkultur, i centri della “cultura del corpo libero”, cioè i bordelli.
Ora non più, la riforma del governo Mertz ha finalmente e giustamente posto rimedio (anche se nelle zone residenziali il permesso di aprire un club verrà concesso solo a certe stringenti condizioni, previe valutazioni caso per caso).
Se verrà approvata anche dai due rami del Parlamento tedesco, la nuova legislazione fornirà anche ai club un minimo di protezione dalla speculazione immobiliare, riconoscendo i club come luoghi di valore artistico-culturale e rendendo molto più difficile per i proprietari degli immobili sfrattarli per convertire il locale in qualcos’altro.
#club #berlin

Il governo tedesco ha finalmente deciso di fare qualcosa per aiutare i club a uscire dalla crisi nerissima che da anni sta portando a chiusure di locali storici e a un fortissimo ridimensionamento della scena.
Una riforma appena approvata dal Consiglio dei Ministri darà ai club lo stesso status giuridico e lo stesso valore socioculturale attribuito ai teatri, un tentativo – tardivo, d’accordo; insufficiente, va bene; ma comunque un tentativo di fare qualcosa – di proteggere i club dalla speculazione edilizia, dalla spirale iperinflattiva e dagli sfratti esecutivi che hanno portato alla chiusura di tanti club che hanno fatto la storia della musica e della Germania.
L’equiparazione con i teatri non è soltanto una questione di status: si tratta di una misura sostanziale, che consente innanzitutto ai proprietari di club di aprire e tenere aperti i locali anche in zone che fin qui erano loro vietate.
er esempio, le cosiddette zone a uso misto, cioè quelle in cui è consentita l’apertura solo di determinate attività economiche – negozi al dettaglio, gastronomie, uffici – e di servizi per la collettività – centri culturali, sportivi e ricreativi – accanto alle abitazioni dei privati cittadini. Fin qui, così come nelle zone esclusivamente residenziali, non si poteva aprire un club in queste parti di città, per fin qui i club erano (ufficialmente) equiparati ad attività “moleste” come sale scommesse, casinò, sexy shop e i Freikörperkultur, i centri della “cultura del corpo libero”, cioè i bordelli.
Ora non più, la riforma del governo Mertz ha finalmente e giustamente posto rimedio (anche se nelle zone residenziali il permesso di aprire un club verrà concesso solo a certe stringenti condizioni, previe valutazioni caso per caso).
Se verrà approvata anche dai due rami del Parlamento tedesco, la nuova legislazione fornirà anche ai club un minimo di protezione dalla speculazione immobiliare, riconoscendo i club come luoghi di valore artistico-culturale e rendendo molto più difficile per i proprietari degli immobili sfrattarli per convertire il locale in qualcos’altro.
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Il governo tedesco ha finalmente deciso di fare qualcosa per aiutare i club a uscire dalla crisi nerissima che da anni sta portando a chiusure di locali storici e a un fortissimo ridimensionamento della scena.
Una riforma appena approvata dal Consiglio dei Ministri darà ai club lo stesso status giuridico e lo stesso valore socioculturale attribuito ai teatri, un tentativo – tardivo, d’accordo; insufficiente, va bene; ma comunque un tentativo di fare qualcosa – di proteggere i club dalla speculazione edilizia, dalla spirale iperinflattiva e dagli sfratti esecutivi che hanno portato alla chiusura di tanti club che hanno fatto la storia della musica e della Germania.
L’equiparazione con i teatri non è soltanto una questione di status: si tratta di una misura sostanziale, che consente innanzitutto ai proprietari di club di aprire e tenere aperti i locali anche in zone che fin qui erano loro vietate.
er esempio, le cosiddette zone a uso misto, cioè quelle in cui è consentita l’apertura solo di determinate attività economiche – negozi al dettaglio, gastronomie, uffici – e di servizi per la collettività – centri culturali, sportivi e ricreativi – accanto alle abitazioni dei privati cittadini. Fin qui, così come nelle zone esclusivamente residenziali, non si poteva aprire un club in queste parti di città, per fin qui i club erano (ufficialmente) equiparati ad attività “moleste” come sale scommesse, casinò, sexy shop e i Freikörperkultur, i centri della “cultura del corpo libero”, cioè i bordelli.
Ora non più, la riforma del governo Mertz ha finalmente e giustamente posto rimedio (anche se nelle zone residenziali il permesso di aprire un club verrà concesso solo a certe stringenti condizioni, previe valutazioni caso per caso).
Se verrà approvata anche dai due rami del Parlamento tedesco, la nuova legislazione fornirà anche ai club un minimo di protezione dalla speculazione immobiliare, riconoscendo i club come luoghi di valore artistico-culturale e rendendo molto più difficile per i proprietari degli immobili sfrattarli per convertire il locale in qualcos’altro.
#club #berlin

Tra un maxxing e l’altro l’economia mondiale si avvia sempre più verso un tracollo che porta irrimediabilmente il costo della vita ad aumentare moltissimo, a pagarne di più le conseguenze – o almeno a lamentarsene di più su internet – è la Gen Z.
Tra le spese che sempre più Zoomer ritengono onerose (e quindi sacrificabli) c’è la ricerca dell’anima gemella. Secondo i dati della Bank of Montreal, un appuntamento medio per un americano della Generazione Z (inclusi cibo, bevande, trasporto e cura del proprio aspetto) costa 205 dollari. Se ne servono in media venti per trovare l’amore della vita (e statisticamente è così, sempre secondo quello che si legge in questa ricerca), sono 4100 dollari. E questo stando al minimo indispensabile.
È in questo contesto che su TikTok è emerso il termine solomaxxing: essere single non per scelta romantica o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito disponibile non copre più. Va tenuto presente che la Gen Z è la generazione più colpita dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale – l’AI che viene a prendersi tutti i lavori che un tempo venivano affidati ai giovani e inesperti – quella che ha vissuto l’inflazione come condizione strutturale e non come evento eccezionale, che ha guardato i costi degli affitti raddoppiare mentre i salari stagnavano.
Come scrive il Guardian, i tiktoker che ne parlano inquadrano la cosa diversamente, ovviamente. «La capacità di fare le cose da soli e non dipendere o fare affidamento su nessun altro», la pratica del solomaxxing viene descritta come «l’abilità numero uno che dovresti imparare e padroneggiare a vent’anni».
È il tipo di reframing che i social sanno fare meglio: prendere una costrizione economica e trasformarla in scelta identitaria, in valore, in contenuto. Le persone si riprendono mentre vanno a correre da sole, mentre mangiano al ristorante da sole, mentre vanno al cinema da sole. Pubblicano il video. Accumulano like.
#solomaxxing

Tra un maxxing e l’altro l’economia mondiale si avvia sempre più verso un tracollo che porta irrimediabilmente il costo della vita ad aumentare moltissimo, a pagarne di più le conseguenze – o almeno a lamentarsene di più su internet – è la Gen Z.
Tra le spese che sempre più Zoomer ritengono onerose (e quindi sacrificabli) c’è la ricerca dell’anima gemella. Secondo i dati della Bank of Montreal, un appuntamento medio per un americano della Generazione Z (inclusi cibo, bevande, trasporto e cura del proprio aspetto) costa 205 dollari. Se ne servono in media venti per trovare l’amore della vita (e statisticamente è così, sempre secondo quello che si legge in questa ricerca), sono 4100 dollari. E questo stando al minimo indispensabile.
È in questo contesto che su TikTok è emerso il termine solomaxxing: essere single non per scelta romantica o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito disponibile non copre più. Va tenuto presente che la Gen Z è la generazione più colpita dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale – l’AI che viene a prendersi tutti i lavori che un tempo venivano affidati ai giovani e inesperti – quella che ha vissuto l’inflazione come condizione strutturale e non come evento eccezionale, che ha guardato i costi degli affitti raddoppiare mentre i salari stagnavano.
Come scrive il Guardian, i tiktoker che ne parlano inquadrano la cosa diversamente, ovviamente. «La capacità di fare le cose da soli e non dipendere o fare affidamento su nessun altro», la pratica del solomaxxing viene descritta come «l’abilità numero uno che dovresti imparare e padroneggiare a vent’anni».
È il tipo di reframing che i social sanno fare meglio: prendere una costrizione economica e trasformarla in scelta identitaria, in valore, in contenuto. Le persone si riprendono mentre vanno a correre da sole, mentre mangiano al ristorante da sole, mentre vanno al cinema da sole. Pubblicano il video. Accumulano like.
#solomaxxing

Tra un maxxing e l’altro l’economia mondiale si avvia sempre più verso un tracollo che porta irrimediabilmente il costo della vita ad aumentare moltissimo, a pagarne di più le conseguenze – o almeno a lamentarsene di più su internet – è la Gen Z.
Tra le spese che sempre più Zoomer ritengono onerose (e quindi sacrificabli) c’è la ricerca dell’anima gemella. Secondo i dati della Bank of Montreal, un appuntamento medio per un americano della Generazione Z (inclusi cibo, bevande, trasporto e cura del proprio aspetto) costa 205 dollari. Se ne servono in media venti per trovare l’amore della vita (e statisticamente è così, sempre secondo quello che si legge in questa ricerca), sono 4100 dollari. E questo stando al minimo indispensabile.
È in questo contesto che su TikTok è emerso il termine solomaxxing: essere single non per scelta romantica o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito disponibile non copre più. Va tenuto presente che la Gen Z è la generazione più colpita dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale – l’AI che viene a prendersi tutti i lavori che un tempo venivano affidati ai giovani e inesperti – quella che ha vissuto l’inflazione come condizione strutturale e non come evento eccezionale, che ha guardato i costi degli affitti raddoppiare mentre i salari stagnavano.
Come scrive il Guardian, i tiktoker che ne parlano inquadrano la cosa diversamente, ovviamente. «La capacità di fare le cose da soli e non dipendere o fare affidamento su nessun altro», la pratica del solomaxxing viene descritta come «l’abilità numero uno che dovresti imparare e padroneggiare a vent’anni».
È il tipo di reframing che i social sanno fare meglio: prendere una costrizione economica e trasformarla in scelta identitaria, in valore, in contenuto. Le persone si riprendono mentre vanno a correre da sole, mentre mangiano al ristorante da sole, mentre vanno al cinema da sole. Pubblicano il video. Accumulano like.
#solomaxxing

Tra un maxxing e l’altro l’economia mondiale si avvia sempre più verso un tracollo che porta irrimediabilmente il costo della vita ad aumentare moltissimo, a pagarne di più le conseguenze – o almeno a lamentarsene di più su internet – è la Gen Z.
Tra le spese che sempre più Zoomer ritengono onerose (e quindi sacrificabli) c’è la ricerca dell’anima gemella. Secondo i dati della Bank of Montreal, un appuntamento medio per un americano della Generazione Z (inclusi cibo, bevande, trasporto e cura del proprio aspetto) costa 205 dollari. Se ne servono in media venti per trovare l’amore della vita (e statisticamente è così, sempre secondo quello che si legge in questa ricerca), sono 4100 dollari. E questo stando al minimo indispensabile.
È in questo contesto che su TikTok è emerso il termine solomaxxing: essere single non per scelta romantica o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito disponibile non copre più. Va tenuto presente che la Gen Z è la generazione più colpita dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale – l’AI che viene a prendersi tutti i lavori che un tempo venivano affidati ai giovani e inesperti – quella che ha vissuto l’inflazione come condizione strutturale e non come evento eccezionale, che ha guardato i costi degli affitti raddoppiare mentre i salari stagnavano.
Come scrive il Guardian, i tiktoker che ne parlano inquadrano la cosa diversamente, ovviamente. «La capacità di fare le cose da soli e non dipendere o fare affidamento su nessun altro», la pratica del solomaxxing viene descritta come «l’abilità numero uno che dovresti imparare e padroneggiare a vent’anni».
È il tipo di reframing che i social sanno fare meglio: prendere una costrizione economica e trasformarla in scelta identitaria, in valore, in contenuto. Le persone si riprendono mentre vanno a correre da sole, mentre mangiano al ristorante da sole, mentre vanno al cinema da sole. Pubblicano il video. Accumulano like.
#solomaxxing

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Tra le spese che sempre più Zoomer ritengono onerose (e quindi sacrificabli) c’è la ricerca dell’anima gemella. Secondo i dati della Bank of Montreal, un appuntamento medio per un americano della Generazione Z (inclusi cibo, bevande, trasporto e cura del proprio aspetto) costa 205 dollari. Se ne servono in media venti per trovare l’amore della vita (e statisticamente è così, sempre secondo quello che si legge in questa ricerca), sono 4100 dollari. E questo stando al minimo indispensabile.
È in questo contesto che su TikTok è emerso il termine solomaxxing: essere single non per scelta romantica o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito disponibile non copre più. Va tenuto presente che la Gen Z è la generazione più colpita dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale – l’AI che viene a prendersi tutti i lavori che un tempo venivano affidati ai giovani e inesperti – quella che ha vissuto l’inflazione come condizione strutturale e non come evento eccezionale, che ha guardato i costi degli affitti raddoppiare mentre i salari stagnavano.
Come scrive il Guardian, i tiktoker che ne parlano inquadrano la cosa diversamente, ovviamente. «La capacità di fare le cose da soli e non dipendere o fare affidamento su nessun altro», la pratica del solomaxxing viene descritta come «l’abilità numero uno che dovresti imparare e padroneggiare a vent’anni».
È il tipo di reframing che i social sanno fare meglio: prendere una costrizione economica e trasformarla in scelta identitaria, in valore, in contenuto. Le persone si riprendono mentre vanno a correre da sole, mentre mangiano al ristorante da sole, mentre vanno al cinema da sole. Pubblicano il video. Accumulano like.
#solomaxxing

Lo sappiamo, oggi per andare ai concerti tocca indebitarsi – non stiamo esagerando, è davvero così, ci sono le ricerche a confermarlo – e sopravvivere al doppio incubo dell’acquisto online e del dynamic pricing. Per questo motivo, Phoebe Bridgers ha deciso di fare una cosa completamente diversa organizzando un concerto a sorpresa al Madison Square Garden di New York, il 4 giugno, e mettendo i biglietti in vendita al prezzo di un dollaro (in realtà partono da un dollaro ma le donazioni sono libere: da $1 a $20).
Invece delle solite code online, i biglietti sono stati assegnati tramite una lotteria. Funziona così (funzionava, in realtà, perché la lotteria è stata chiusa l’1 giugno scorso): ci si iscrive alla piattaforma Seated entro una certa ora e un certo giorno, dopodiché si prega e si spera di essere tra i fortunati vincitori. Se lo si è, si decide che offerta fare, da un minimo di 1 dollaro al massimo di 20. Dopodiché ci si inizia a preparare per il concerto.
Tutto il ricavato della serata verrà devoluto in beneficienza, all’Immigration Bond Freedom Fund, un’organizzazione che aiuta gli immigrati ingiustamente detenuti a pagare le cauzioni e tornare dalle loro famiglie.
Come in tutti i concerti di Bridgers, anche chi ha avuto la fortuna di vincere la lotteria del biglietto deve rispettare tassativamente una regola: niente telefono. Prima di entrare, il pubblico deve infilare lo smartphone in una speciale custodia dotata di chiusure (si chiamano Yondr). I fan tengono la custodia in tasca, ma non possono aprirla fino alla fine dello show.
In più occasioni, l’artista ha spiegato perché ha introdotto questa regola nei suoi concerti. Innanzitutto, perché vuole che i fan siano “qui e ora”, si godano il momento, cantino, ballino, stiano assieme senza aver un aggeggio in mano che fa costantemente da filtro tra loro e il mondo attorno. Poi, c’è anche una questione di auto tutela: nei suoi concerti Bridgers è solita mettere in scaletta anche pezzi inediti, e non vuole che la sua musica nuova venga piratata prima ancora di uscire ufficialmente.
#phoebebridgers

Lo sappiamo, oggi per andare ai concerti tocca indebitarsi – non stiamo esagerando, è davvero così, ci sono le ricerche a confermarlo – e sopravvivere al doppio incubo dell’acquisto online e del dynamic pricing. Per questo motivo, Phoebe Bridgers ha deciso di fare una cosa completamente diversa organizzando un concerto a sorpresa al Madison Square Garden di New York, il 4 giugno, e mettendo i biglietti in vendita al prezzo di un dollaro (in realtà partono da un dollaro ma le donazioni sono libere: da $1 a $20).
Invece delle solite code online, i biglietti sono stati assegnati tramite una lotteria. Funziona così (funzionava, in realtà, perché la lotteria è stata chiusa l’1 giugno scorso): ci si iscrive alla piattaforma Seated entro una certa ora e un certo giorno, dopodiché si prega e si spera di essere tra i fortunati vincitori. Se lo si è, si decide che offerta fare, da un minimo di 1 dollaro al massimo di 20. Dopodiché ci si inizia a preparare per il concerto.
Tutto il ricavato della serata verrà devoluto in beneficienza, all’Immigration Bond Freedom Fund, un’organizzazione che aiuta gli immigrati ingiustamente detenuti a pagare le cauzioni e tornare dalle loro famiglie.
Come in tutti i concerti di Bridgers, anche chi ha avuto la fortuna di vincere la lotteria del biglietto deve rispettare tassativamente una regola: niente telefono. Prima di entrare, il pubblico deve infilare lo smartphone in una speciale custodia dotata di chiusure (si chiamano Yondr). I fan tengono la custodia in tasca, ma non possono aprirla fino alla fine dello show.
In più occasioni, l’artista ha spiegato perché ha introdotto questa regola nei suoi concerti. Innanzitutto, perché vuole che i fan siano “qui e ora”, si godano il momento, cantino, ballino, stiano assieme senza aver un aggeggio in mano che fa costantemente da filtro tra loro e il mondo attorno. Poi, c’è anche una questione di auto tutela: nei suoi concerti Bridgers è solita mettere in scaletta anche pezzi inediti, e non vuole che la sua musica nuova venga piratata prima ancora di uscire ufficialmente.
#phoebebridgers

Lo sappiamo, oggi per andare ai concerti tocca indebitarsi – non stiamo esagerando, è davvero così, ci sono le ricerche a confermarlo – e sopravvivere al doppio incubo dell’acquisto online e del dynamic pricing. Per questo motivo, Phoebe Bridgers ha deciso di fare una cosa completamente diversa organizzando un concerto a sorpresa al Madison Square Garden di New York, il 4 giugno, e mettendo i biglietti in vendita al prezzo di un dollaro (in realtà partono da un dollaro ma le donazioni sono libere: da $1 a $20).
Invece delle solite code online, i biglietti sono stati assegnati tramite una lotteria. Funziona così (funzionava, in realtà, perché la lotteria è stata chiusa l’1 giugno scorso): ci si iscrive alla piattaforma Seated entro una certa ora e un certo giorno, dopodiché si prega e si spera di essere tra i fortunati vincitori. Se lo si è, si decide che offerta fare, da un minimo di 1 dollaro al massimo di 20. Dopodiché ci si inizia a preparare per il concerto.
Tutto il ricavato della serata verrà devoluto in beneficienza, all’Immigration Bond Freedom Fund, un’organizzazione che aiuta gli immigrati ingiustamente detenuti a pagare le cauzioni e tornare dalle loro famiglie.
Come in tutti i concerti di Bridgers, anche chi ha avuto la fortuna di vincere la lotteria del biglietto deve rispettare tassativamente una regola: niente telefono. Prima di entrare, il pubblico deve infilare lo smartphone in una speciale custodia dotata di chiusure (si chiamano Yondr). I fan tengono la custodia in tasca, ma non possono aprirla fino alla fine dello show.
In più occasioni, l’artista ha spiegato perché ha introdotto questa regola nei suoi concerti. Innanzitutto, perché vuole che i fan siano “qui e ora”, si godano il momento, cantino, ballino, stiano assieme senza aver un aggeggio in mano che fa costantemente da filtro tra loro e il mondo attorno. Poi, c’è anche una questione di auto tutela: nei suoi concerti Bridgers è solita mettere in scaletta anche pezzi inediti, e non vuole che la sua musica nuova venga piratata prima ancora di uscire ufficialmente.
#phoebebridgers

Lo sappiamo, oggi per andare ai concerti tocca indebitarsi – non stiamo esagerando, è davvero così, ci sono le ricerche a confermarlo – e sopravvivere al doppio incubo dell’acquisto online e del dynamic pricing. Per questo motivo, Phoebe Bridgers ha deciso di fare una cosa completamente diversa organizzando un concerto a sorpresa al Madison Square Garden di New York, il 4 giugno, e mettendo i biglietti in vendita al prezzo di un dollaro (in realtà partono da un dollaro ma le donazioni sono libere: da $1 a $20).
Invece delle solite code online, i biglietti sono stati assegnati tramite una lotteria. Funziona così (funzionava, in realtà, perché la lotteria è stata chiusa l’1 giugno scorso): ci si iscrive alla piattaforma Seated entro una certa ora e un certo giorno, dopodiché si prega e si spera di essere tra i fortunati vincitori. Se lo si è, si decide che offerta fare, da un minimo di 1 dollaro al massimo di 20. Dopodiché ci si inizia a preparare per il concerto.
Tutto il ricavato della serata verrà devoluto in beneficienza, all’Immigration Bond Freedom Fund, un’organizzazione che aiuta gli immigrati ingiustamente detenuti a pagare le cauzioni e tornare dalle loro famiglie.
Come in tutti i concerti di Bridgers, anche chi ha avuto la fortuna di vincere la lotteria del biglietto deve rispettare tassativamente una regola: niente telefono. Prima di entrare, il pubblico deve infilare lo smartphone in una speciale custodia dotata di chiusure (si chiamano Yondr). I fan tengono la custodia in tasca, ma non possono aprirla fino alla fine dello show.
In più occasioni, l’artista ha spiegato perché ha introdotto questa regola nei suoi concerti. Innanzitutto, perché vuole che i fan siano “qui e ora”, si godano il momento, cantino, ballino, stiano assieme senza aver un aggeggio in mano che fa costantemente da filtro tra loro e il mondo attorno. Poi, c’è anche una questione di auto tutela: nei suoi concerti Bridgers è solita mettere in scaletta anche pezzi inediti, e non vuole che la sua musica nuova venga piratata prima ancora di uscire ufficialmente.
#phoebebridgers

I fumetti che riescono a entrare nell’immaginario comune, a modificarlo, a schiacciarlo sotto il loro peso e la loro forza, si contano sulle dita di una mano. Due, se ci sentiamo particolarmente generosi. Ma i fumetti che riescono a imporsi, a far parlare di sé e a diventare immortali nel giro di un paio di anni sono ancora di meno. Watchmen, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Maus. Persepolis di Marjane Satrapi, scomparsa a 56 anni, rientra di diritto in questa categoria, e merita anche una considerazione diversa, per certi versi maggiore: perché racconta una storia che è la storia della sua autrice, e lo fa attraverso uno stile essenziale, immediato e particolarmente espressivo.
Persepolis è un capolavoro. È un punto fermo, un punto di non ritorno, una fotografia di immagini e parole, di bianchi abbacinanti e di neri intensi, bui, senza luce. E scava, s’infila tra i pensieri e le paure, li ribalta, li spezzetta. Satrapi non era una fumettista, lavorava come illustratrice di libri per bambini. I fumetti sono arrivati dopo e sono stati la prima scelta, la scelta per molti versi migliore, per mettersi a nudo, esporsi e raccontarsi. La solitudine dell’artista che trova un senso altro, ulteriore e più profondo. Scava: scava ancora, scava di più. Gli abbracci disegnati da Satrapi si alternano a occhiate dure e terrorizzate.
Satrapi, dice Le Monde riprendendo il comunicato stampa con cui la famiglia ha annunciato la scomparsa, è morta di tristezza, di crepacuore, per la perdita di suo marito, Mattias Ripa, avvenuta un anno fa. Satrapi viveva in Francia (a Parigi), Paese che le aveva conferito la Legione d’onore, la più alta onorificenza civile.
Se c’è una cosa che resta oggi è la sua voce, con tutto quello che ha detto e raccontato nel suo fumetto: la brutalità dell’estremismo religioso, lo shock della scoperta di sé stessi e del proprio corpo, di un altro modo di vedersi e considerarsi, della fame per la vita più che per la libertà.
Leggi il pezzo completo di @jan_novantuno al link in bio.
#persepolis #marjanesatrapi

I fumetti che riescono a entrare nell’immaginario comune, a modificarlo, a schiacciarlo sotto il loro peso e la loro forza, si contano sulle dita di una mano. Due, se ci sentiamo particolarmente generosi. Ma i fumetti che riescono a imporsi, a far parlare di sé e a diventare immortali nel giro di un paio di anni sono ancora di meno. Watchmen, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Maus. Persepolis di Marjane Satrapi, scomparsa a 56 anni, rientra di diritto in questa categoria, e merita anche una considerazione diversa, per certi versi maggiore: perché racconta una storia che è la storia della sua autrice, e lo fa attraverso uno stile essenziale, immediato e particolarmente espressivo.
Persepolis è un capolavoro. È un punto fermo, un punto di non ritorno, una fotografia di immagini e parole, di bianchi abbacinanti e di neri intensi, bui, senza luce. E scava, s’infila tra i pensieri e le paure, li ribalta, li spezzetta. Satrapi non era una fumettista, lavorava come illustratrice di libri per bambini. I fumetti sono arrivati dopo e sono stati la prima scelta, la scelta per molti versi migliore, per mettersi a nudo, esporsi e raccontarsi. La solitudine dell’artista che trova un senso altro, ulteriore e più profondo. Scava: scava ancora, scava di più. Gli abbracci disegnati da Satrapi si alternano a occhiate dure e terrorizzate.
Satrapi, dice Le Monde riprendendo il comunicato stampa con cui la famiglia ha annunciato la scomparsa, è morta di tristezza, di crepacuore, per la perdita di suo marito, Mattias Ripa, avvenuta un anno fa. Satrapi viveva in Francia (a Parigi), Paese che le aveva conferito la Legione d’onore, la più alta onorificenza civile.
Se c’è una cosa che resta oggi è la sua voce, con tutto quello che ha detto e raccontato nel suo fumetto: la brutalità dell’estremismo religioso, lo shock della scoperta di sé stessi e del proprio corpo, di un altro modo di vedersi e considerarsi, della fame per la vita più che per la libertà.
Leggi il pezzo completo di @jan_novantuno al link in bio.
#persepolis #marjanesatrapi

I fumetti che riescono a entrare nell’immaginario comune, a modificarlo, a schiacciarlo sotto il loro peso e la loro forza, si contano sulle dita di una mano. Due, se ci sentiamo particolarmente generosi. Ma i fumetti che riescono a imporsi, a far parlare di sé e a diventare immortali nel giro di un paio di anni sono ancora di meno. Watchmen, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Maus. Persepolis di Marjane Satrapi, scomparsa a 56 anni, rientra di diritto in questa categoria, e merita anche una considerazione diversa, per certi versi maggiore: perché racconta una storia che è la storia della sua autrice, e lo fa attraverso uno stile essenziale, immediato e particolarmente espressivo.
Persepolis è un capolavoro. È un punto fermo, un punto di non ritorno, una fotografia di immagini e parole, di bianchi abbacinanti e di neri intensi, bui, senza luce. E scava, s’infila tra i pensieri e le paure, li ribalta, li spezzetta. Satrapi non era una fumettista, lavorava come illustratrice di libri per bambini. I fumetti sono arrivati dopo e sono stati la prima scelta, la scelta per molti versi migliore, per mettersi a nudo, esporsi e raccontarsi. La solitudine dell’artista che trova un senso altro, ulteriore e più profondo. Scava: scava ancora, scava di più. Gli abbracci disegnati da Satrapi si alternano a occhiate dure e terrorizzate.
Satrapi, dice Le Monde riprendendo il comunicato stampa con cui la famiglia ha annunciato la scomparsa, è morta di tristezza, di crepacuore, per la perdita di suo marito, Mattias Ripa, avvenuta un anno fa. Satrapi viveva in Francia (a Parigi), Paese che le aveva conferito la Legione d’onore, la più alta onorificenza civile.
Se c’è una cosa che resta oggi è la sua voce, con tutto quello che ha detto e raccontato nel suo fumetto: la brutalità dell’estremismo religioso, lo shock della scoperta di sé stessi e del proprio corpo, di un altro modo di vedersi e considerarsi, della fame per la vita più che per la libertà.
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#persepolis #marjanesatrapi

I fumetti che riescono a entrare nell’immaginario comune, a modificarlo, a schiacciarlo sotto il loro peso e la loro forza, si contano sulle dita di una mano. Due, se ci sentiamo particolarmente generosi. Ma i fumetti che riescono a imporsi, a far parlare di sé e a diventare immortali nel giro di un paio di anni sono ancora di meno. Watchmen, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Maus. Persepolis di Marjane Satrapi, scomparsa a 56 anni, rientra di diritto in questa categoria, e merita anche una considerazione diversa, per certi versi maggiore: perché racconta una storia che è la storia della sua autrice, e lo fa attraverso uno stile essenziale, immediato e particolarmente espressivo.
Persepolis è un capolavoro. È un punto fermo, un punto di non ritorno, una fotografia di immagini e parole, di bianchi abbacinanti e di neri intensi, bui, senza luce. E scava, s’infila tra i pensieri e le paure, li ribalta, li spezzetta. Satrapi non era una fumettista, lavorava come illustratrice di libri per bambini. I fumetti sono arrivati dopo e sono stati la prima scelta, la scelta per molti versi migliore, per mettersi a nudo, esporsi e raccontarsi. La solitudine dell’artista che trova un senso altro, ulteriore e più profondo. Scava: scava ancora, scava di più. Gli abbracci disegnati da Satrapi si alternano a occhiate dure e terrorizzate.
Satrapi, dice Le Monde riprendendo il comunicato stampa con cui la famiglia ha annunciato la scomparsa, è morta di tristezza, di crepacuore, per la perdita di suo marito, Mattias Ripa, avvenuta un anno fa. Satrapi viveva in Francia (a Parigi), Paese che le aveva conferito la Legione d’onore, la più alta onorificenza civile.
Se c’è una cosa che resta oggi è la sua voce, con tutto quello che ha detto e raccontato nel suo fumetto: la brutalità dell’estremismo religioso, lo shock della scoperta di sé stessi e del proprio corpo, di un altro modo di vedersi e considerarsi, della fame per la vita più che per la libertà.
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#persepolis #marjanesatrapi

I fumetti che riescono a entrare nell’immaginario comune, a modificarlo, a schiacciarlo sotto il loro peso e la loro forza, si contano sulle dita di una mano. Due, se ci sentiamo particolarmente generosi. Ma i fumetti che riescono a imporsi, a far parlare di sé e a diventare immortali nel giro di un paio di anni sono ancora di meno. Watchmen, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Maus. Persepolis di Marjane Satrapi, scomparsa a 56 anni, rientra di diritto in questa categoria, e merita anche una considerazione diversa, per certi versi maggiore: perché racconta una storia che è la storia della sua autrice, e lo fa attraverso uno stile essenziale, immediato e particolarmente espressivo.
Persepolis è un capolavoro. È un punto fermo, un punto di non ritorno, una fotografia di immagini e parole, di bianchi abbacinanti e di neri intensi, bui, senza luce. E scava, s’infila tra i pensieri e le paure, li ribalta, li spezzetta. Satrapi non era una fumettista, lavorava come illustratrice di libri per bambini. I fumetti sono arrivati dopo e sono stati la prima scelta, la scelta per molti versi migliore, per mettersi a nudo, esporsi e raccontarsi. La solitudine dell’artista che trova un senso altro, ulteriore e più profondo. Scava: scava ancora, scava di più. Gli abbracci disegnati da Satrapi si alternano a occhiate dure e terrorizzate.
Satrapi, dice Le Monde riprendendo il comunicato stampa con cui la famiglia ha annunciato la scomparsa, è morta di tristezza, di crepacuore, per la perdita di suo marito, Mattias Ripa, avvenuta un anno fa. Satrapi viveva in Francia (a Parigi), Paese che le aveva conferito la Legione d’onore, la più alta onorificenza civile.
Se c’è una cosa che resta oggi è la sua voce, con tutto quello che ha detto e raccontato nel suo fumetto: la brutalità dell’estremismo religioso, lo shock della scoperta di sé stessi e del proprio corpo, di un altro modo di vedersi e considerarsi, della fame per la vita più che per la libertà.
Leggi il pezzo completo di @jan_novantuno al link in bio.
#persepolis #marjanesatrapi

I fumetti che riescono a entrare nell’immaginario comune, a modificarlo, a schiacciarlo sotto il loro peso e la loro forza, si contano sulle dita di una mano. Due, se ci sentiamo particolarmente generosi. Ma i fumetti che riescono a imporsi, a far parlare di sé e a diventare immortali nel giro di un paio di anni sono ancora di meno. Watchmen, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Maus. Persepolis di Marjane Satrapi, scomparsa a 56 anni, rientra di diritto in questa categoria, e merita anche una considerazione diversa, per certi versi maggiore: perché racconta una storia che è la storia della sua autrice, e lo fa attraverso uno stile essenziale, immediato e particolarmente espressivo.
Persepolis è un capolavoro. È un punto fermo, un punto di non ritorno, una fotografia di immagini e parole, di bianchi abbacinanti e di neri intensi, bui, senza luce. E scava, s’infila tra i pensieri e le paure, li ribalta, li spezzetta. Satrapi non era una fumettista, lavorava come illustratrice di libri per bambini. I fumetti sono arrivati dopo e sono stati la prima scelta, la scelta per molti versi migliore, per mettersi a nudo, esporsi e raccontarsi. La solitudine dell’artista che trova un senso altro, ulteriore e più profondo. Scava: scava ancora, scava di più. Gli abbracci disegnati da Satrapi si alternano a occhiate dure e terrorizzate.
Satrapi, dice Le Monde riprendendo il comunicato stampa con cui la famiglia ha annunciato la scomparsa, è morta di tristezza, di crepacuore, per la perdita di suo marito, Mattias Ripa, avvenuta un anno fa. Satrapi viveva in Francia (a Parigi), Paese che le aveva conferito la Legione d’onore, la più alta onorificenza civile.
Se c’è una cosa che resta oggi è la sua voce, con tutto quello che ha detto e raccontato nel suo fumetto: la brutalità dell’estremismo religioso, lo shock della scoperta di sé stessi e del proprio corpo, di un altro modo di vedersi e considerarsi, della fame per la vita più che per la libertà.
Leggi il pezzo completo di @jan_novantuno al link in bio.
#persepolis #marjanesatrapi

In una cittadina della contea di Los Angeles in California, esattamente a Monterey Park, la convivenza (forzata) tra comunità locali e datacenter è stata interrotta. Per la prima volta negli Stati Uniti, i residenti sono stati chiamati alle urne per votare su un divieto permanente e totale alla costruzione sul territorio comunale di nuovi data center.
I risultati del referendum sono abbastanza chiari: l’86 percento degli aventi diritto ha votato per vietare la costruzione dei data center.
La vicenda d Monterey Park si è accesa dopo la presentazione, da parte di un fondo d’investimento, di un progetto che prevedeva la costruzione di una struttura di quasi 23 mila metri quadrati. La rabbia dei cittadini si spiega, oltre che con tutto quello che abbiamo già detto, anche con il timore di subire il rincaro sulle bollette di luce e acqua a causa del sovraccarico delle reti locali.
Con questo voto, il divieto rimarrà in vigore fino a quando non saranno gli elettori stessi, attraverso una nuova votazione, a decidere di revocarlo.
Questi sistemi richiedono enormi quantità di energia elettrica per alimentarsi e altrettanto enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server. Dietro la scelta dei cittadini di Monterey Park ci sono i racconti e le inchieste giornalistiche che in questi mesi hanno raccontato cosa sta succedendo in diverse zone degli Stati Uniti, in cui la costruzione dei data center ha sconvolto –e talvolta distrutto – la vita delle comunità locali.
Ne abbiamo parlato anche qui su Rivista Studio, con un reportage di Cristiano Valli che ci racconta cosa è successo in un piccolo paese in Arizona dopo la costruzione di un enorme data center. Le persone che si sono ritrovate a vivere vicino a un data center descrivono una realtà segnata dal rumore di fondo, incessante, alienante, generato dai mastodontici impianti di ventilazione, che restano accesi giorno e notte.
Ancora più drammatico è l’impatto sui sistemi idrici: per evitare che i circuiti si surriscaldino, i data center consumano tonnellate di litri d’acqua, finendo per prosciugare le falde acquifere locali.
#datacenter #california

In una cittadina della contea di Los Angeles in California, esattamente a Monterey Park, la convivenza (forzata) tra comunità locali e datacenter è stata interrotta. Per la prima volta negli Stati Uniti, i residenti sono stati chiamati alle urne per votare su un divieto permanente e totale alla costruzione sul territorio comunale di nuovi data center.
I risultati del referendum sono abbastanza chiari: l’86 percento degli aventi diritto ha votato per vietare la costruzione dei data center.
La vicenda d Monterey Park si è accesa dopo la presentazione, da parte di un fondo d’investimento, di un progetto che prevedeva la costruzione di una struttura di quasi 23 mila metri quadrati. La rabbia dei cittadini si spiega, oltre che con tutto quello che abbiamo già detto, anche con il timore di subire il rincaro sulle bollette di luce e acqua a causa del sovraccarico delle reti locali.
Con questo voto, il divieto rimarrà in vigore fino a quando non saranno gli elettori stessi, attraverso una nuova votazione, a decidere di revocarlo.
Questi sistemi richiedono enormi quantità di energia elettrica per alimentarsi e altrettanto enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server. Dietro la scelta dei cittadini di Monterey Park ci sono i racconti e le inchieste giornalistiche che in questi mesi hanno raccontato cosa sta succedendo in diverse zone degli Stati Uniti, in cui la costruzione dei data center ha sconvolto –e talvolta distrutto – la vita delle comunità locali.
Ne abbiamo parlato anche qui su Rivista Studio, con un reportage di Cristiano Valli che ci racconta cosa è successo in un piccolo paese in Arizona dopo la costruzione di un enorme data center. Le persone che si sono ritrovate a vivere vicino a un data center descrivono una realtà segnata dal rumore di fondo, incessante, alienante, generato dai mastodontici impianti di ventilazione, che restano accesi giorno e notte.
Ancora più drammatico è l’impatto sui sistemi idrici: per evitare che i circuiti si surriscaldino, i data center consumano tonnellate di litri d’acqua, finendo per prosciugare le falde acquifere locali.
#datacenter #california

In una cittadina della contea di Los Angeles in California, esattamente a Monterey Park, la convivenza (forzata) tra comunità locali e datacenter è stata interrotta. Per la prima volta negli Stati Uniti, i residenti sono stati chiamati alle urne per votare su un divieto permanente e totale alla costruzione sul territorio comunale di nuovi data center.
I risultati del referendum sono abbastanza chiari: l’86 percento degli aventi diritto ha votato per vietare la costruzione dei data center.
La vicenda d Monterey Park si è accesa dopo la presentazione, da parte di un fondo d’investimento, di un progetto che prevedeva la costruzione di una struttura di quasi 23 mila metri quadrati. La rabbia dei cittadini si spiega, oltre che con tutto quello che abbiamo già detto, anche con il timore di subire il rincaro sulle bollette di luce e acqua a causa del sovraccarico delle reti locali.
Con questo voto, il divieto rimarrà in vigore fino a quando non saranno gli elettori stessi, attraverso una nuova votazione, a decidere di revocarlo.
Questi sistemi richiedono enormi quantità di energia elettrica per alimentarsi e altrettanto enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server. Dietro la scelta dei cittadini di Monterey Park ci sono i racconti e le inchieste giornalistiche che in questi mesi hanno raccontato cosa sta succedendo in diverse zone degli Stati Uniti, in cui la costruzione dei data center ha sconvolto –e talvolta distrutto – la vita delle comunità locali.
Ne abbiamo parlato anche qui su Rivista Studio, con un reportage di Cristiano Valli che ci racconta cosa è successo in un piccolo paese in Arizona dopo la costruzione di un enorme data center. Le persone che si sono ritrovate a vivere vicino a un data center descrivono una realtà segnata dal rumore di fondo, incessante, alienante, generato dai mastodontici impianti di ventilazione, che restano accesi giorno e notte.
Ancora più drammatico è l’impatto sui sistemi idrici: per evitare che i circuiti si surriscaldino, i data center consumano tonnellate di litri d’acqua, finendo per prosciugare le falde acquifere locali.
#datacenter #california

In una cittadina della contea di Los Angeles in California, esattamente a Monterey Park, la convivenza (forzata) tra comunità locali e datacenter è stata interrotta. Per la prima volta negli Stati Uniti, i residenti sono stati chiamati alle urne per votare su un divieto permanente e totale alla costruzione sul territorio comunale di nuovi data center.
I risultati del referendum sono abbastanza chiari: l’86 percento degli aventi diritto ha votato per vietare la costruzione dei data center.
La vicenda d Monterey Park si è accesa dopo la presentazione, da parte di un fondo d’investimento, di un progetto che prevedeva la costruzione di una struttura di quasi 23 mila metri quadrati. La rabbia dei cittadini si spiega, oltre che con tutto quello che abbiamo già detto, anche con il timore di subire il rincaro sulle bollette di luce e acqua a causa del sovraccarico delle reti locali.
Con questo voto, il divieto rimarrà in vigore fino a quando non saranno gli elettori stessi, attraverso una nuova votazione, a decidere di revocarlo.
Questi sistemi richiedono enormi quantità di energia elettrica per alimentarsi e altrettanto enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server. Dietro la scelta dei cittadini di Monterey Park ci sono i racconti e le inchieste giornalistiche che in questi mesi hanno raccontato cosa sta succedendo in diverse zone degli Stati Uniti, in cui la costruzione dei data center ha sconvolto –e talvolta distrutto – la vita delle comunità locali.
Ne abbiamo parlato anche qui su Rivista Studio, con un reportage di Cristiano Valli che ci racconta cosa è successo in un piccolo paese in Arizona dopo la costruzione di un enorme data center. Le persone che si sono ritrovate a vivere vicino a un data center descrivono una realtà segnata dal rumore di fondo, incessante, alienante, generato dai mastodontici impianti di ventilazione, che restano accesi giorno e notte.
Ancora più drammatico è l’impatto sui sistemi idrici: per evitare che i circuiti si surriscaldino, i data center consumano tonnellate di litri d’acqua, finendo per prosciugare le falde acquifere locali.
#datacenter #california

In una cittadina della contea di Los Angeles in California, esattamente a Monterey Park, la convivenza (forzata) tra comunità locali e datacenter è stata interrotta. Per la prima volta negli Stati Uniti, i residenti sono stati chiamati alle urne per votare su un divieto permanente e totale alla costruzione sul territorio comunale di nuovi data center.
I risultati del referendum sono abbastanza chiari: l’86 percento degli aventi diritto ha votato per vietare la costruzione dei data center.
La vicenda d Monterey Park si è accesa dopo la presentazione, da parte di un fondo d’investimento, di un progetto che prevedeva la costruzione di una struttura di quasi 23 mila metri quadrati. La rabbia dei cittadini si spiega, oltre che con tutto quello che abbiamo già detto, anche con il timore di subire il rincaro sulle bollette di luce e acqua a causa del sovraccarico delle reti locali.
Con questo voto, il divieto rimarrà in vigore fino a quando non saranno gli elettori stessi, attraverso una nuova votazione, a decidere di revocarlo.
Questi sistemi richiedono enormi quantità di energia elettrica per alimentarsi e altrettanto enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server. Dietro la scelta dei cittadini di Monterey Park ci sono i racconti e le inchieste giornalistiche che in questi mesi hanno raccontato cosa sta succedendo in diverse zone degli Stati Uniti, in cui la costruzione dei data center ha sconvolto –e talvolta distrutto – la vita delle comunità locali.
Ne abbiamo parlato anche qui su Rivista Studio, con un reportage di Cristiano Valli che ci racconta cosa è successo in un piccolo paese in Arizona dopo la costruzione di un enorme data center. Le persone che si sono ritrovate a vivere vicino a un data center descrivono una realtà segnata dal rumore di fondo, incessante, alienante, generato dai mastodontici impianti di ventilazione, che restano accesi giorno e notte.
Ancora più drammatico è l’impatto sui sistemi idrici: per evitare che i circuiti si surriscaldino, i data center consumano tonnellate di litri d’acqua, finendo per prosciugare le falde acquifere locali.
#datacenter #california

Lo sfottò generazionale ai boomer stavolta è abbastanza meritato: a fronte dei risultati straordinari raccolti dal ventenne @kanepixels con il suo horror d’esordio Backrooms, molti analisti di box office hanno parlato in termini sbigottiti di un successo inspiegabile, nato dal nulla e germogliato senza un forte franchise dietro.
Semmai è quella di un successo che arriva da un luogo che una parte dell’industria continua a considerare periferico quando invece da anni è diventato uno dei principali vivai culturali della contemporaneità: YouTube.
Il concetto di backrooms esiste dal 2019. Nasce in un angolo di 4chan da una fotografia che produceva una sensazione difficile da spiegare, quella di uno spazio ordinario ma sbagliato, familiare eppure inquietante. Attorno a quell’immagine si accumulano altre fotografie, racconti, creepypasta, wiki, video e migliaia di contributi che costruiscono una delle più riuscite mitologie native di Internet. Questi spazi liminali che si estendono potenzialmente all’infinito, a metà strada tra un’incisione di Escher e un incubo, nascono dall’incontro tra linguaggio videoludico, horror cinematografico, folklore digitale e nostalgia per un analogico mai davvero vissuto. È qui che entra in scena Kane Parsons.
Gira cortometraggi, sperimenta, rafforza l’immaginario esistente e allo stesso tempo contribuisce a definirlo. Non si limita ad adattare un’idea già esistente: partecipa alla sua costruzione. Nasce così anche un altro brand, il suo. Quello del giovanissimo regista che realizza corti inquietanti e irresistibili in cui si esplorano le backrooms.
Leggi il pezzo completo di @gardy_here al link in bio.
#backrooms #kaneparsons

Lo sfottò generazionale ai boomer stavolta è abbastanza meritato: a fronte dei risultati straordinari raccolti dal ventenne @kanepixels con il suo horror d’esordio Backrooms, molti analisti di box office hanno parlato in termini sbigottiti di un successo inspiegabile, nato dal nulla e germogliato senza un forte franchise dietro.
Semmai è quella di un successo che arriva da un luogo che una parte dell’industria continua a considerare periferico quando invece da anni è diventato uno dei principali vivai culturali della contemporaneità: YouTube.
Il concetto di backrooms esiste dal 2019. Nasce in un angolo di 4chan da una fotografia che produceva una sensazione difficile da spiegare, quella di uno spazio ordinario ma sbagliato, familiare eppure inquietante. Attorno a quell’immagine si accumulano altre fotografie, racconti, creepypasta, wiki, video e migliaia di contributi che costruiscono una delle più riuscite mitologie native di Internet. Questi spazi liminali che si estendono potenzialmente all’infinito, a metà strada tra un’incisione di Escher e un incubo, nascono dall’incontro tra linguaggio videoludico, horror cinematografico, folklore digitale e nostalgia per un analogico mai davvero vissuto. È qui che entra in scena Kane Parsons.
Gira cortometraggi, sperimenta, rafforza l’immaginario esistente e allo stesso tempo contribuisce a definirlo. Non si limita ad adattare un’idea già esistente: partecipa alla sua costruzione. Nasce così anche un altro brand, il suo. Quello del giovanissimo regista che realizza corti inquietanti e irresistibili in cui si esplorano le backrooms.
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#backrooms #kaneparsons

Lo sfottò generazionale ai boomer stavolta è abbastanza meritato: a fronte dei risultati straordinari raccolti dal ventenne @kanepixels con il suo horror d’esordio Backrooms, molti analisti di box office hanno parlato in termini sbigottiti di un successo inspiegabile, nato dal nulla e germogliato senza un forte franchise dietro.
Semmai è quella di un successo che arriva da un luogo che una parte dell’industria continua a considerare periferico quando invece da anni è diventato uno dei principali vivai culturali della contemporaneità: YouTube.
Il concetto di backrooms esiste dal 2019. Nasce in un angolo di 4chan da una fotografia che produceva una sensazione difficile da spiegare, quella di uno spazio ordinario ma sbagliato, familiare eppure inquietante. Attorno a quell’immagine si accumulano altre fotografie, racconti, creepypasta, wiki, video e migliaia di contributi che costruiscono una delle più riuscite mitologie native di Internet. Questi spazi liminali che si estendono potenzialmente all’infinito, a metà strada tra un’incisione di Escher e un incubo, nascono dall’incontro tra linguaggio videoludico, horror cinematografico, folklore digitale e nostalgia per un analogico mai davvero vissuto. È qui che entra in scena Kane Parsons.
Gira cortometraggi, sperimenta, rafforza l’immaginario esistente e allo stesso tempo contribuisce a definirlo. Non si limita ad adattare un’idea già esistente: partecipa alla sua costruzione. Nasce così anche un altro brand, il suo. Quello del giovanissimo regista che realizza corti inquietanti e irresistibili in cui si esplorano le backrooms.
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#backrooms #kaneparsons

Lo sfottò generazionale ai boomer stavolta è abbastanza meritato: a fronte dei risultati straordinari raccolti dal ventenne @kanepixels con il suo horror d’esordio Backrooms, molti analisti di box office hanno parlato in termini sbigottiti di un successo inspiegabile, nato dal nulla e germogliato senza un forte franchise dietro.
Semmai è quella di un successo che arriva da un luogo che una parte dell’industria continua a considerare periferico quando invece da anni è diventato uno dei principali vivai culturali della contemporaneità: YouTube.
Il concetto di backrooms esiste dal 2019. Nasce in un angolo di 4chan da una fotografia che produceva una sensazione difficile da spiegare, quella di uno spazio ordinario ma sbagliato, familiare eppure inquietante. Attorno a quell’immagine si accumulano altre fotografie, racconti, creepypasta, wiki, video e migliaia di contributi che costruiscono una delle più riuscite mitologie native di Internet. Questi spazi liminali che si estendono potenzialmente all’infinito, a metà strada tra un’incisione di Escher e un incubo, nascono dall’incontro tra linguaggio videoludico, horror cinematografico, folklore digitale e nostalgia per un analogico mai davvero vissuto. È qui che entra in scena Kane Parsons.
Gira cortometraggi, sperimenta, rafforza l’immaginario esistente e allo stesso tempo contribuisce a definirlo. Non si limita ad adattare un’idea già esistente: partecipa alla sua costruzione. Nasce così anche un altro brand, il suo. Quello del giovanissimo regista che realizza corti inquietanti e irresistibili in cui si esplorano le backrooms.
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#backrooms #kaneparsons

Lo sfottò generazionale ai boomer stavolta è abbastanza meritato: a fronte dei risultati straordinari raccolti dal ventenne @kanepixels con il suo horror d’esordio Backrooms, molti analisti di box office hanno parlato in termini sbigottiti di un successo inspiegabile, nato dal nulla e germogliato senza un forte franchise dietro.
Semmai è quella di un successo che arriva da un luogo che una parte dell’industria continua a considerare periferico quando invece da anni è diventato uno dei principali vivai culturali della contemporaneità: YouTube.
Il concetto di backrooms esiste dal 2019. Nasce in un angolo di 4chan da una fotografia che produceva una sensazione difficile da spiegare, quella di uno spazio ordinario ma sbagliato, familiare eppure inquietante. Attorno a quell’immagine si accumulano altre fotografie, racconti, creepypasta, wiki, video e migliaia di contributi che costruiscono una delle più riuscite mitologie native di Internet. Questi spazi liminali che si estendono potenzialmente all’infinito, a metà strada tra un’incisione di Escher e un incubo, nascono dall’incontro tra linguaggio videoludico, horror cinematografico, folklore digitale e nostalgia per un analogico mai davvero vissuto. È qui che entra in scena Kane Parsons.
Gira cortometraggi, sperimenta, rafforza l’immaginario esistente e allo stesso tempo contribuisce a definirlo. Non si limita ad adattare un’idea già esistente: partecipa alla sua costruzione. Nasce così anche un altro brand, il suo. Quello del giovanissimo regista che realizza corti inquietanti e irresistibili in cui si esplorano le backrooms.
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Lo sfottò generazionale ai boomer stavolta è abbastanza meritato: a fronte dei risultati straordinari raccolti dal ventenne @kanepixels con il suo horror d’esordio Backrooms, molti analisti di box office hanno parlato in termini sbigottiti di un successo inspiegabile, nato dal nulla e germogliato senza un forte franchise dietro.
Semmai è quella di un successo che arriva da un luogo che una parte dell’industria continua a considerare periferico quando invece da anni è diventato uno dei principali vivai culturali della contemporaneità: YouTube.
Il concetto di backrooms esiste dal 2019. Nasce in un angolo di 4chan da una fotografia che produceva una sensazione difficile da spiegare, quella di uno spazio ordinario ma sbagliato, familiare eppure inquietante. Attorno a quell’immagine si accumulano altre fotografie, racconti, creepypasta, wiki, video e migliaia di contributi che costruiscono una delle più riuscite mitologie native di Internet. Questi spazi liminali che si estendono potenzialmente all’infinito, a metà strada tra un’incisione di Escher e un incubo, nascono dall’incontro tra linguaggio videoludico, horror cinematografico, folklore digitale e nostalgia per un analogico mai davvero vissuto. È qui che entra in scena Kane Parsons.
Gira cortometraggi, sperimenta, rafforza l’immaginario esistente e allo stesso tempo contribuisce a definirlo. Non si limita ad adattare un’idea già esistente: partecipa alla sua costruzione. Nasce così anche un altro brand, il suo. Quello del giovanissimo regista che realizza corti inquietanti e irresistibili in cui si esplorano le backrooms.
Leggi il pezzo completo di @gardy_here al link in bio.
#backrooms #kaneparsons

Lo sfottò generazionale ai boomer stavolta è abbastanza meritato: a fronte dei risultati straordinari raccolti dal ventenne @kanepixels con il suo horror d’esordio Backrooms, molti analisti di box office hanno parlato in termini sbigottiti di un successo inspiegabile, nato dal nulla e germogliato senza un forte franchise dietro.
Semmai è quella di un successo che arriva da un luogo che una parte dell’industria continua a considerare periferico quando invece da anni è diventato uno dei principali vivai culturali della contemporaneità: YouTube.
Il concetto di backrooms esiste dal 2019. Nasce in un angolo di 4chan da una fotografia che produceva una sensazione difficile da spiegare, quella di uno spazio ordinario ma sbagliato, familiare eppure inquietante. Attorno a quell’immagine si accumulano altre fotografie, racconti, creepypasta, wiki, video e migliaia di contributi che costruiscono una delle più riuscite mitologie native di Internet. Questi spazi liminali che si estendono potenzialmente all’infinito, a metà strada tra un’incisione di Escher e un incubo, nascono dall’incontro tra linguaggio videoludico, horror cinematografico, folklore digitale e nostalgia per un analogico mai davvero vissuto. È qui che entra in scena Kane Parsons.
Gira cortometraggi, sperimenta, rafforza l’immaginario esistente e allo stesso tempo contribuisce a definirlo. Non si limita ad adattare un’idea già esistente: partecipa alla sua costruzione. Nasce così anche un altro brand, il suo. Quello del giovanissimo regista che realizza corti inquietanti e irresistibili in cui si esplorano le backrooms.
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#backrooms #kaneparsons

ll fortuito ritrovamento di un anonimo CD-R è diventata la più importante scoperta “archeologica” dell’era Indie Sleaze. Parliamo di una demo originale di Is This It degli Strokes, una registrazione fantasma prodotta da Gil Norton che però nessuno ha mai ascoltato (tranne lui e la band, si capisce). Gli Strokes, infatti, a lavoro praticamente concluso decisero che non erano convinti di quanto fatto e preferirono cestinare tutto e ricominciare daccapo con un altro produttore.
Nessuno sapeva che di quelle sessioni di registrazione, oltre agli aneddoti, era rimasta anche una traccia fisica, un reperto analogico: un cd con scritto sopra, con un pennarello blu, the strokes e Final Mixes in rosso. C’è anche una data: 02/23/01, se non vi torna qualcosa è perché è scritta all’americana: prima il mese, poi il giorno, infine l’anno. Quindi 23 febbraio 2001.
A ritrovare questa demo è stato il proprietario di una libreria losangelina, Omni Books, che ha subito raccontato la scoperta su Instagram. «Three years ago I stumbled onto this nondescript CD-R. After a quick once over I knew I discovered something quite rare – maybe one of a kind.
This is the 2001 (rejected) demos for The Strokes debut album Is This It. These songs were recorded by Gil Norton (produced Pixies, Echo and The Bunnymen etc). However Julian and gang didn’t like the final product and scrapped them going with producer Gordon Raphael», ha scritto nella caption che accompagna un carosello di foto del cd. Il post si chiude con una richiesta: se un collezionista di cimeli del rock ‘n’ roll, uno di quelli seri, lo potesse contattare, lui avrebbe bisogno di capire quanto può valere il cd. «Penso che a tante persone piacerebbe goderselo come parte di una più grande collezione dedicata a quell’epoca meravigliosa della musica newyorchese».
Ma torniamo indietro per spiegare perché questo cd è così importante. Nel 2001, gli Strokes erano la band più famosa del mondo.
#strokes #isthisit #juliancasablancas

ll fortuito ritrovamento di un anonimo CD-R è diventata la più importante scoperta “archeologica” dell’era Indie Sleaze. Parliamo di una demo originale di Is This It degli Strokes, una registrazione fantasma prodotta da Gil Norton che però nessuno ha mai ascoltato (tranne lui e la band, si capisce). Gli Strokes, infatti, a lavoro praticamente concluso decisero che non erano convinti di quanto fatto e preferirono cestinare tutto e ricominciare daccapo con un altro produttore.
Nessuno sapeva che di quelle sessioni di registrazione, oltre agli aneddoti, era rimasta anche una traccia fisica, un reperto analogico: un cd con scritto sopra, con un pennarello blu, the strokes e Final Mixes in rosso. C’è anche una data: 02/23/01, se non vi torna qualcosa è perché è scritta all’americana: prima il mese, poi il giorno, infine l’anno. Quindi 23 febbraio 2001.
A ritrovare questa demo è stato il proprietario di una libreria losangelina, Omni Books, che ha subito raccontato la scoperta su Instagram. «Three years ago I stumbled onto this nondescript CD-R. After a quick once over I knew I discovered something quite rare – maybe one of a kind.
This is the 2001 (rejected) demos for The Strokes debut album Is This It. These songs were recorded by Gil Norton (produced Pixies, Echo and The Bunnymen etc). However Julian and gang didn’t like the final product and scrapped them going with producer Gordon Raphael», ha scritto nella caption che accompagna un carosello di foto del cd. Il post si chiude con una richiesta: se un collezionista di cimeli del rock ‘n’ roll, uno di quelli seri, lo potesse contattare, lui avrebbe bisogno di capire quanto può valere il cd. «Penso che a tante persone piacerebbe goderselo come parte di una più grande collezione dedicata a quell’epoca meravigliosa della musica newyorchese».
Ma torniamo indietro per spiegare perché questo cd è così importante. Nel 2001, gli Strokes erano la band più famosa del mondo.
#strokes #isthisit #juliancasablancas

ll fortuito ritrovamento di un anonimo CD-R è diventata la più importante scoperta “archeologica” dell’era Indie Sleaze. Parliamo di una demo originale di Is This It degli Strokes, una registrazione fantasma prodotta da Gil Norton che però nessuno ha mai ascoltato (tranne lui e la band, si capisce). Gli Strokes, infatti, a lavoro praticamente concluso decisero che non erano convinti di quanto fatto e preferirono cestinare tutto e ricominciare daccapo con un altro produttore.
Nessuno sapeva che di quelle sessioni di registrazione, oltre agli aneddoti, era rimasta anche una traccia fisica, un reperto analogico: un cd con scritto sopra, con un pennarello blu, the strokes e Final Mixes in rosso. C’è anche una data: 02/23/01, se non vi torna qualcosa è perché è scritta all’americana: prima il mese, poi il giorno, infine l’anno. Quindi 23 febbraio 2001.
A ritrovare questa demo è stato il proprietario di una libreria losangelina, Omni Books, che ha subito raccontato la scoperta su Instagram. «Three years ago I stumbled onto this nondescript CD-R. After a quick once over I knew I discovered something quite rare – maybe one of a kind.
This is the 2001 (rejected) demos for The Strokes debut album Is This It. These songs were recorded by Gil Norton (produced Pixies, Echo and The Bunnymen etc). However Julian and gang didn’t like the final product and scrapped them going with producer Gordon Raphael», ha scritto nella caption che accompagna un carosello di foto del cd. Il post si chiude con una richiesta: se un collezionista di cimeli del rock ‘n’ roll, uno di quelli seri, lo potesse contattare, lui avrebbe bisogno di capire quanto può valere il cd. «Penso che a tante persone piacerebbe goderselo come parte di una più grande collezione dedicata a quell’epoca meravigliosa della musica newyorchese».
Ma torniamo indietro per spiegare perché questo cd è così importante. Nel 2001, gli Strokes erano la band più famosa del mondo.
#strokes #isthisit #juliancasablancas

ll fortuito ritrovamento di un anonimo CD-R è diventata la più importante scoperta “archeologica” dell’era Indie Sleaze. Parliamo di una demo originale di Is This It degli Strokes, una registrazione fantasma prodotta da Gil Norton che però nessuno ha mai ascoltato (tranne lui e la band, si capisce). Gli Strokes, infatti, a lavoro praticamente concluso decisero che non erano convinti di quanto fatto e preferirono cestinare tutto e ricominciare daccapo con un altro produttore.
Nessuno sapeva che di quelle sessioni di registrazione, oltre agli aneddoti, era rimasta anche una traccia fisica, un reperto analogico: un cd con scritto sopra, con un pennarello blu, the strokes e Final Mixes in rosso. C’è anche una data: 02/23/01, se non vi torna qualcosa è perché è scritta all’americana: prima il mese, poi il giorno, infine l’anno. Quindi 23 febbraio 2001.
A ritrovare questa demo è stato il proprietario di una libreria losangelina, Omni Books, che ha subito raccontato la scoperta su Instagram. «Three years ago I stumbled onto this nondescript CD-R. After a quick once over I knew I discovered something quite rare – maybe one of a kind.
This is the 2001 (rejected) demos for The Strokes debut album Is This It. These songs were recorded by Gil Norton (produced Pixies, Echo and The Bunnymen etc). However Julian and gang didn’t like the final product and scrapped them going with producer Gordon Raphael», ha scritto nella caption che accompagna un carosello di foto del cd. Il post si chiude con una richiesta: se un collezionista di cimeli del rock ‘n’ roll, uno di quelli seri, lo potesse contattare, lui avrebbe bisogno di capire quanto può valere il cd. «Penso che a tante persone piacerebbe goderselo come parte di una più grande collezione dedicata a quell’epoca meravigliosa della musica newyorchese».
Ma torniamo indietro per spiegare perché questo cd è così importante. Nel 2001, gli Strokes erano la band più famosa del mondo.
#strokes #isthisit #juliancasablancas

ll fortuito ritrovamento di un anonimo CD-R è diventata la più importante scoperta “archeologica” dell’era Indie Sleaze. Parliamo di una demo originale di Is This It degli Strokes, una registrazione fantasma prodotta da Gil Norton che però nessuno ha mai ascoltato (tranne lui e la band, si capisce). Gli Strokes, infatti, a lavoro praticamente concluso decisero che non erano convinti di quanto fatto e preferirono cestinare tutto e ricominciare daccapo con un altro produttore.
Nessuno sapeva che di quelle sessioni di registrazione, oltre agli aneddoti, era rimasta anche una traccia fisica, un reperto analogico: un cd con scritto sopra, con un pennarello blu, the strokes e Final Mixes in rosso. C’è anche una data: 02/23/01, se non vi torna qualcosa è perché è scritta all’americana: prima il mese, poi il giorno, infine l’anno. Quindi 23 febbraio 2001.
A ritrovare questa demo è stato il proprietario di una libreria losangelina, Omni Books, che ha subito raccontato la scoperta su Instagram. «Three years ago I stumbled onto this nondescript CD-R. After a quick once over I knew I discovered something quite rare – maybe one of a kind.
This is the 2001 (rejected) demos for The Strokes debut album Is This It. These songs were recorded by Gil Norton (produced Pixies, Echo and The Bunnymen etc). However Julian and gang didn’t like the final product and scrapped them going with producer Gordon Raphael», ha scritto nella caption che accompagna un carosello di foto del cd. Il post si chiude con una richiesta: se un collezionista di cimeli del rock ‘n’ roll, uno di quelli seri, lo potesse contattare, lui avrebbe bisogno di capire quanto può valere il cd. «Penso che a tante persone piacerebbe goderselo come parte di una più grande collezione dedicata a quell’epoca meravigliosa della musica newyorchese».
Ma torniamo indietro per spiegare perché questo cd è così importante. Nel 2001, gli Strokes erano la band più famosa del mondo.
#strokes #isthisit #juliancasablancas

L’ufficio open space, a lungo celebrato come simbolo di flessibilità e collaborazione, potrebbe in realtà rivelarsi un nemico del nostro cervello. A dirlo e dimostrarlo con montagne di dati è uno studio neuroscientifico che ha misurato, tramite elettroencefalogramma, lo sforzo mentale di 26 partecipanti durante lo svolgimento di tipiche mansioni da ufficio (lettura, scrittura, ascolto) in due ambienti distinti: un open space e un microspazio chiuso (work pod, stile Gli incredibili).
Se, da un lato, nell’ufficio aperto l’attività neurale aumenta progressivamente per compensare le distrazioni (un segno di affaticamento mentale crescente per mantenere alte le prestazioni), dall’altro, all’interno del cubicolo isolato, l’attivazione corticale tende a diminuire nel tempo. Questo significa che gli spazi chiusi richiedono un minor sforzo cerebrale per svolgere il medesimo compito.
La ricerca, pubblicata ResearchGate, si intitola Temporal Trajectories in EEG-Based Mental Workload: Effects of Workspace Type e mette nero su bianco ciò che la psicologia ambientale aveva già evidenziato tramite questionari e test soggettivi, ovvero un calo del benessere e della concentrazione.
Grazie agli elettroencefalogrammi, l’analisi si è spostata dai pareri autovalutativi alla precisa rilevazione dell’attività cerebrale. Tra le scoperte della rcierca, quindi, emerge che lo spazio di lavoro non è un “contenitore neutro” ma un modulatore attivo del nostro funzionamento cognitivo, e proprio per questo lavorare in un open space costringe il cervello a un sforzo continuo per filtrare gli stimoli esterni (rumore, continue interruzioni e scarsa privacy per citarne alcuni) a discapito di salute mentale, stanchezza e prestazioni.
Ma dal momento che non si può invertire la rotta degli uffici sempre più aperti e comuni, lo studio conferma che si potrebbero integrare, nel panorama ufficio work pod, cabine insonorizzate o stanze silenziose da non intendere però come semplice comfort ma come necessità per preservare la salute mentale e la produttività dei dipendenti.
#lavorare #ufficio

L’ufficio open space, a lungo celebrato come simbolo di flessibilità e collaborazione, potrebbe in realtà rivelarsi un nemico del nostro cervello. A dirlo e dimostrarlo con montagne di dati è uno studio neuroscientifico che ha misurato, tramite elettroencefalogramma, lo sforzo mentale di 26 partecipanti durante lo svolgimento di tipiche mansioni da ufficio (lettura, scrittura, ascolto) in due ambienti distinti: un open space e un microspazio chiuso (work pod, stile Gli incredibili).
Se, da un lato, nell’ufficio aperto l’attività neurale aumenta progressivamente per compensare le distrazioni (un segno di affaticamento mentale crescente per mantenere alte le prestazioni), dall’altro, all’interno del cubicolo isolato, l’attivazione corticale tende a diminuire nel tempo. Questo significa che gli spazi chiusi richiedono un minor sforzo cerebrale per svolgere il medesimo compito.
La ricerca, pubblicata ResearchGate, si intitola Temporal Trajectories in EEG-Based Mental Workload: Effects of Workspace Type e mette nero su bianco ciò che la psicologia ambientale aveva già evidenziato tramite questionari e test soggettivi, ovvero un calo del benessere e della concentrazione.
Grazie agli elettroencefalogrammi, l’analisi si è spostata dai pareri autovalutativi alla precisa rilevazione dell’attività cerebrale. Tra le scoperte della rcierca, quindi, emerge che lo spazio di lavoro non è un “contenitore neutro” ma un modulatore attivo del nostro funzionamento cognitivo, e proprio per questo lavorare in un open space costringe il cervello a un sforzo continuo per filtrare gli stimoli esterni (rumore, continue interruzioni e scarsa privacy per citarne alcuni) a discapito di salute mentale, stanchezza e prestazioni.
Ma dal momento che non si può invertire la rotta degli uffici sempre più aperti e comuni, lo studio conferma che si potrebbero integrare, nel panorama ufficio work pod, cabine insonorizzate o stanze silenziose da non intendere però come semplice comfort ma come necessità per preservare la salute mentale e la produttività dei dipendenti.
#lavorare #ufficio

L’ufficio open space, a lungo celebrato come simbolo di flessibilità e collaborazione, potrebbe in realtà rivelarsi un nemico del nostro cervello. A dirlo e dimostrarlo con montagne di dati è uno studio neuroscientifico che ha misurato, tramite elettroencefalogramma, lo sforzo mentale di 26 partecipanti durante lo svolgimento di tipiche mansioni da ufficio (lettura, scrittura, ascolto) in due ambienti distinti: un open space e un microspazio chiuso (work pod, stile Gli incredibili).
Se, da un lato, nell’ufficio aperto l’attività neurale aumenta progressivamente per compensare le distrazioni (un segno di affaticamento mentale crescente per mantenere alte le prestazioni), dall’altro, all’interno del cubicolo isolato, l’attivazione corticale tende a diminuire nel tempo. Questo significa che gli spazi chiusi richiedono un minor sforzo cerebrale per svolgere il medesimo compito.
La ricerca, pubblicata ResearchGate, si intitola Temporal Trajectories in EEG-Based Mental Workload: Effects of Workspace Type e mette nero su bianco ciò che la psicologia ambientale aveva già evidenziato tramite questionari e test soggettivi, ovvero un calo del benessere e della concentrazione.
Grazie agli elettroencefalogrammi, l’analisi si è spostata dai pareri autovalutativi alla precisa rilevazione dell’attività cerebrale. Tra le scoperte della rcierca, quindi, emerge che lo spazio di lavoro non è un “contenitore neutro” ma un modulatore attivo del nostro funzionamento cognitivo, e proprio per questo lavorare in un open space costringe il cervello a un sforzo continuo per filtrare gli stimoli esterni (rumore, continue interruzioni e scarsa privacy per citarne alcuni) a discapito di salute mentale, stanchezza e prestazioni.
Ma dal momento che non si può invertire la rotta degli uffici sempre più aperti e comuni, lo studio conferma che si potrebbero integrare, nel panorama ufficio work pod, cabine insonorizzate o stanze silenziose da non intendere però come semplice comfort ma come necessità per preservare la salute mentale e la produttività dei dipendenti.
#lavorare #ufficio

L’ufficio open space, a lungo celebrato come simbolo di flessibilità e collaborazione, potrebbe in realtà rivelarsi un nemico del nostro cervello. A dirlo e dimostrarlo con montagne di dati è uno studio neuroscientifico che ha misurato, tramite elettroencefalogramma, lo sforzo mentale di 26 partecipanti durante lo svolgimento di tipiche mansioni da ufficio (lettura, scrittura, ascolto) in due ambienti distinti: un open space e un microspazio chiuso (work pod, stile Gli incredibili).
Se, da un lato, nell’ufficio aperto l’attività neurale aumenta progressivamente per compensare le distrazioni (un segno di affaticamento mentale crescente per mantenere alte le prestazioni), dall’altro, all’interno del cubicolo isolato, l’attivazione corticale tende a diminuire nel tempo. Questo significa che gli spazi chiusi richiedono un minor sforzo cerebrale per svolgere il medesimo compito.
La ricerca, pubblicata ResearchGate, si intitola Temporal Trajectories in EEG-Based Mental Workload: Effects of Workspace Type e mette nero su bianco ciò che la psicologia ambientale aveva già evidenziato tramite questionari e test soggettivi, ovvero un calo del benessere e della concentrazione.
Grazie agli elettroencefalogrammi, l’analisi si è spostata dai pareri autovalutativi alla precisa rilevazione dell’attività cerebrale. Tra le scoperte della rcierca, quindi, emerge che lo spazio di lavoro non è un “contenitore neutro” ma un modulatore attivo del nostro funzionamento cognitivo, e proprio per questo lavorare in un open space costringe il cervello a un sforzo continuo per filtrare gli stimoli esterni (rumore, continue interruzioni e scarsa privacy per citarne alcuni) a discapito di salute mentale, stanchezza e prestazioni.
Ma dal momento che non si può invertire la rotta degli uffici sempre più aperti e comuni, lo studio conferma che si potrebbero integrare, nel panorama ufficio work pod, cabine insonorizzate o stanze silenziose da non intendere però come semplice comfort ma come necessità per preservare la salute mentale e la produttività dei dipendenti.
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