Victor Milani, l’ormai ex direttore artistico di quello che sarebbe dovuto essere l’Hellwatt Festival di Reggio Emilia, ha parlato per la prima volta dal suo allontanamento. Cosa avrà detto? Avrà risposto agli enormi dubbi legati, per esempio, all’incredibile line-up che aveva promesso (che prevedeva nomi come Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice e Chainsmokers)?
Intanto la C.Volo, società organizzatrice, ha confermato che il concerto di Kanye West si terrà il 18 luglio alla Rcf Arena. Eppure ad oggi non è dato sapere all’interno di quale “cornice”, visto che qualsiasi cosa ci sarà non si chiamerà Hellwat.
Per capire che cosa sta succedendo abbiamo chiesto un aiuto a Luca Dondoni e Andrea Laffranchi, primi a interessarsi a questa vicenda con il loro Pezzi Podcast.

Il governo giapponese ha ammesso ufficialmente di possedere dati e video sugli UAP, gli “oggetti anomali non identificati” in passato semplicemente liquidati semplicemente come “UFO”.
La conferma è arrivata direttamente dal segretario capo di gabinetto Minoru Kihara durante una conferenza stampa a Tokyo.
Secondo il governo, il Giappone sta analizzando insieme agli Stati Uniti una serie di filmati recentemente desecretati dal Pentagono, registrati durante operazioni militari vicino allo spazio aereo giapponese e nel Mar Cinese Orientale.
Tra i file pubblicati dagli USA e che riguardano il paese del Sol Levante ci sarebbero:
- un video a infrarossi del 2023 con più oggetti che si muovono in formazione durante una missione militare
- un altro filmato del 2024 che mostrerebbe un oggetto “a forma di pallone da rugby” con strane protrusioni laterali.
Tokyo ha dichiarato che continuerà a raccogliere e studiare dati sugli UAP “quotidianamente”, lasciando intendere che il fenomeno viene trattato come una questione di sicurezza nazionale e sorveglianza dello spazio aereo.
Al punto che il governo giapponese ha lasciato trapelare possibili divulgazioni pubbliche di materiale video, ma solo “compatibilmente con i limiti della sicurezza nazionale”.
Negli ultimi anni il tema UAP è diventato centrale anche in Giappone: nel 2024 circa 80 parlamentari hanno creato una task force bipartisan dedicata proprio all’analisi dei fenomeni aerei anomali.
Intanto il Pentagono continua a sostenere che molti avvistamenti potrebbero avere spiegazioni convenzionali — droni, errori dei sensori o tecnologie di sorveglianza — ma ammette che diversi casi restano ancora “irrisolti”. Ma oggi anche l’ultimo dei complottisti sta iniziando a chiedersi “perché sempre più governi stanno iniziando a parlare pubblicamente di UFO proprio adesso”?

Il governo giapponese ha ammesso ufficialmente di possedere dati e video sugli UAP, gli “oggetti anomali non identificati” in passato semplicemente liquidati semplicemente come “UFO”.
La conferma è arrivata direttamente dal segretario capo di gabinetto Minoru Kihara durante una conferenza stampa a Tokyo.
Secondo il governo, il Giappone sta analizzando insieme agli Stati Uniti una serie di filmati recentemente desecretati dal Pentagono, registrati durante operazioni militari vicino allo spazio aereo giapponese e nel Mar Cinese Orientale.
Tra i file pubblicati dagli USA e che riguardano il paese del Sol Levante ci sarebbero:
- un video a infrarossi del 2023 con più oggetti che si muovono in formazione durante una missione militare
- un altro filmato del 2024 che mostrerebbe un oggetto “a forma di pallone da rugby” con strane protrusioni laterali.
Tokyo ha dichiarato che continuerà a raccogliere e studiare dati sugli UAP “quotidianamente”, lasciando intendere che il fenomeno viene trattato come una questione di sicurezza nazionale e sorveglianza dello spazio aereo.
Al punto che il governo giapponese ha lasciato trapelare possibili divulgazioni pubbliche di materiale video, ma solo “compatibilmente con i limiti della sicurezza nazionale”.
Negli ultimi anni il tema UAP è diventato centrale anche in Giappone: nel 2024 circa 80 parlamentari hanno creato una task force bipartisan dedicata proprio all’analisi dei fenomeni aerei anomali.
Intanto il Pentagono continua a sostenere che molti avvistamenti potrebbero avere spiegazioni convenzionali — droni, errori dei sensori o tecnologie di sorveglianza — ma ammette che diversi casi restano ancora “irrisolti”. Ma oggi anche l’ultimo dei complottisti sta iniziando a chiedersi “perché sempre più governi stanno iniziando a parlare pubblicamente di UFO proprio adesso”?

Il governo giapponese ha ammesso ufficialmente di possedere dati e video sugli UAP, gli “oggetti anomali non identificati” in passato semplicemente liquidati semplicemente come “UFO”.
La conferma è arrivata direttamente dal segretario capo di gabinetto Minoru Kihara durante una conferenza stampa a Tokyo.
Secondo il governo, il Giappone sta analizzando insieme agli Stati Uniti una serie di filmati recentemente desecretati dal Pentagono, registrati durante operazioni militari vicino allo spazio aereo giapponese e nel Mar Cinese Orientale.
Tra i file pubblicati dagli USA e che riguardano il paese del Sol Levante ci sarebbero:
- un video a infrarossi del 2023 con più oggetti che si muovono in formazione durante una missione militare
- un altro filmato del 2024 che mostrerebbe un oggetto “a forma di pallone da rugby” con strane protrusioni laterali.
Tokyo ha dichiarato che continuerà a raccogliere e studiare dati sugli UAP “quotidianamente”, lasciando intendere che il fenomeno viene trattato come una questione di sicurezza nazionale e sorveglianza dello spazio aereo.
Al punto che il governo giapponese ha lasciato trapelare possibili divulgazioni pubbliche di materiale video, ma solo “compatibilmente con i limiti della sicurezza nazionale”.
Negli ultimi anni il tema UAP è diventato centrale anche in Giappone: nel 2024 circa 80 parlamentari hanno creato una task force bipartisan dedicata proprio all’analisi dei fenomeni aerei anomali.
Intanto il Pentagono continua a sostenere che molti avvistamenti potrebbero avere spiegazioni convenzionali — droni, errori dei sensori o tecnologie di sorveglianza — ma ammette che diversi casi restano ancora “irrisolti”. Ma oggi anche l’ultimo dei complottisti sta iniziando a chiedersi “perché sempre più governi stanno iniziando a parlare pubblicamente di UFO proprio adesso”?

Il governo giapponese ha ammesso ufficialmente di possedere dati e video sugli UAP, gli “oggetti anomali non identificati” in passato semplicemente liquidati semplicemente come “UFO”.
La conferma è arrivata direttamente dal segretario capo di gabinetto Minoru Kihara durante una conferenza stampa a Tokyo.
Secondo il governo, il Giappone sta analizzando insieme agli Stati Uniti una serie di filmati recentemente desecretati dal Pentagono, registrati durante operazioni militari vicino allo spazio aereo giapponese e nel Mar Cinese Orientale.
Tra i file pubblicati dagli USA e che riguardano il paese del Sol Levante ci sarebbero:
- un video a infrarossi del 2023 con più oggetti che si muovono in formazione durante una missione militare
- un altro filmato del 2024 che mostrerebbe un oggetto “a forma di pallone da rugby” con strane protrusioni laterali.
Tokyo ha dichiarato che continuerà a raccogliere e studiare dati sugli UAP “quotidianamente”, lasciando intendere che il fenomeno viene trattato come una questione di sicurezza nazionale e sorveglianza dello spazio aereo.
Al punto che il governo giapponese ha lasciato trapelare possibili divulgazioni pubbliche di materiale video, ma solo “compatibilmente con i limiti della sicurezza nazionale”.
Negli ultimi anni il tema UAP è diventato centrale anche in Giappone: nel 2024 circa 80 parlamentari hanno creato una task force bipartisan dedicata proprio all’analisi dei fenomeni aerei anomali.
Intanto il Pentagono continua a sostenere che molti avvistamenti potrebbero avere spiegazioni convenzionali — droni, errori dei sensori o tecnologie di sorveglianza — ma ammette che diversi casi restano ancora “irrisolti”. Ma oggi anche l’ultimo dei complottisti sta iniziando a chiedersi “perché sempre più governi stanno iniziando a parlare pubblicamente di UFO proprio adesso”?

Il governo giapponese ha ammesso ufficialmente di possedere dati e video sugli UAP, gli “oggetti anomali non identificati” in passato semplicemente liquidati semplicemente come “UFO”.
La conferma è arrivata direttamente dal segretario capo di gabinetto Minoru Kihara durante una conferenza stampa a Tokyo.
Secondo il governo, il Giappone sta analizzando insieme agli Stati Uniti una serie di filmati recentemente desecretati dal Pentagono, registrati durante operazioni militari vicino allo spazio aereo giapponese e nel Mar Cinese Orientale.
Tra i file pubblicati dagli USA e che riguardano il paese del Sol Levante ci sarebbero:
- un video a infrarossi del 2023 con più oggetti che si muovono in formazione durante una missione militare
- un altro filmato del 2024 che mostrerebbe un oggetto “a forma di pallone da rugby” con strane protrusioni laterali.
Tokyo ha dichiarato che continuerà a raccogliere e studiare dati sugli UAP “quotidianamente”, lasciando intendere che il fenomeno viene trattato come una questione di sicurezza nazionale e sorveglianza dello spazio aereo.
Al punto che il governo giapponese ha lasciato trapelare possibili divulgazioni pubbliche di materiale video, ma solo “compatibilmente con i limiti della sicurezza nazionale”.
Negli ultimi anni il tema UAP è diventato centrale anche in Giappone: nel 2024 circa 80 parlamentari hanno creato una task force bipartisan dedicata proprio all’analisi dei fenomeni aerei anomali.
Intanto il Pentagono continua a sostenere che molti avvistamenti potrebbero avere spiegazioni convenzionali — droni, errori dei sensori o tecnologie di sorveglianza — ma ammette che diversi casi restano ancora “irrisolti”. Ma oggi anche l’ultimo dei complottisti sta iniziando a chiedersi “perché sempre più governi stanno iniziando a parlare pubblicamente di UFO proprio adesso”?

Il governo giapponese ha ammesso ufficialmente di possedere dati e video sugli UAP, gli “oggetti anomali non identificati” in passato semplicemente liquidati semplicemente come “UFO”.
La conferma è arrivata direttamente dal segretario capo di gabinetto Minoru Kihara durante una conferenza stampa a Tokyo.
Secondo il governo, il Giappone sta analizzando insieme agli Stati Uniti una serie di filmati recentemente desecretati dal Pentagono, registrati durante operazioni militari vicino allo spazio aereo giapponese e nel Mar Cinese Orientale.
Tra i file pubblicati dagli USA e che riguardano il paese del Sol Levante ci sarebbero:
- un video a infrarossi del 2023 con più oggetti che si muovono in formazione durante una missione militare
- un altro filmato del 2024 che mostrerebbe un oggetto “a forma di pallone da rugby” con strane protrusioni laterali.
Tokyo ha dichiarato che continuerà a raccogliere e studiare dati sugli UAP “quotidianamente”, lasciando intendere che il fenomeno viene trattato come una questione di sicurezza nazionale e sorveglianza dello spazio aereo.
Al punto che il governo giapponese ha lasciato trapelare possibili divulgazioni pubbliche di materiale video, ma solo “compatibilmente con i limiti della sicurezza nazionale”.
Negli ultimi anni il tema UAP è diventato centrale anche in Giappone: nel 2024 circa 80 parlamentari hanno creato una task force bipartisan dedicata proprio all’analisi dei fenomeni aerei anomali.
Intanto il Pentagono continua a sostenere che molti avvistamenti potrebbero avere spiegazioni convenzionali — droni, errori dei sensori o tecnologie di sorveglianza — ma ammette che diversi casi restano ancora “irrisolti”. Ma oggi anche l’ultimo dei complottisti sta iniziando a chiedersi “perché sempre più governi stanno iniziando a parlare pubblicamente di UFO proprio adesso”?

Il governo giapponese ha ammesso ufficialmente di possedere dati e video sugli UAP, gli “oggetti anomali non identificati” in passato semplicemente liquidati semplicemente come “UFO”.
La conferma è arrivata direttamente dal segretario capo di gabinetto Minoru Kihara durante una conferenza stampa a Tokyo.
Secondo il governo, il Giappone sta analizzando insieme agli Stati Uniti una serie di filmati recentemente desecretati dal Pentagono, registrati durante operazioni militari vicino allo spazio aereo giapponese e nel Mar Cinese Orientale.
Tra i file pubblicati dagli USA e che riguardano il paese del Sol Levante ci sarebbero:
- un video a infrarossi del 2023 con più oggetti che si muovono in formazione durante una missione militare
- un altro filmato del 2024 che mostrerebbe un oggetto “a forma di pallone da rugby” con strane protrusioni laterali.
Tokyo ha dichiarato che continuerà a raccogliere e studiare dati sugli UAP “quotidianamente”, lasciando intendere che il fenomeno viene trattato come una questione di sicurezza nazionale e sorveglianza dello spazio aereo.
Al punto che il governo giapponese ha lasciato trapelare possibili divulgazioni pubbliche di materiale video, ma solo “compatibilmente con i limiti della sicurezza nazionale”.
Negli ultimi anni il tema UAP è diventato centrale anche in Giappone: nel 2024 circa 80 parlamentari hanno creato una task force bipartisan dedicata proprio all’analisi dei fenomeni aerei anomali.
Intanto il Pentagono continua a sostenere che molti avvistamenti potrebbero avere spiegazioni convenzionali — droni, errori dei sensori o tecnologie di sorveglianza — ma ammette che diversi casi restano ancora “irrisolti”. Ma oggi anche l’ultimo dei complottisti sta iniziando a chiedersi “perché sempre più governi stanno iniziando a parlare pubblicamente di UFO proprio adesso”?

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.

Donald Trump vola a Pechino per incontrare Xi Jinping. Ma questa volta non si parla solo di dazi o DI Taiwan: al centro del summit c’è soprattutto l’intelligenza artificiale. E il dettaglio più importante sta nei nomi che il Presidente USA si sta portando dietro.
Con lui viaggiano infatti i pezzi grossi della Silicon Valley: Elon Musk, Tim Cook e altri signori che, messi insieme, valgono più di interi Stati. Non è una delegazione economica, è un cambio di paradigma: le Big Tech non stanno più accanto al potere, sono di fatto il potere. Non sono uno stato sovrano ma vengono istituzionalizzati nei fatti.
Dietro i sorrisi di circostanza, però, la partita è tutt’altro che diplomatica. Stati Uniti e Cina si stanno giocando il controllo della tecnologia che definirà i prossimi decenni: AI, chip, infrastrutture digitali. Washington continua a bloccare l’export dei semiconduttori più avanzati, Pechino accelera per rendersi indipendente. Nei fatti nessuno si fida di nessuno.
E poi c’è il cortocircuito politico. Trump, che per anni ha fatto della deregulation un mantra, ora valuta di mettere paletti federali sull’intelligenza artificiale americana prima che venga rilasciata.
Controllo, supervisione, standard imposti dall’alto.
Suona familiare? È esattamente il modello cinese. Ed ecco che anche il viaggio inizia ad avere contorni più definiti.
Il punto è che la narrativa “noi contro loro” inizia a scricchiolare. Perché quando si tratta di controllare una tecnologia così potente, le differenze ideologiche si assottigliano molto velocemente.
Dopo trent'anni di battaglie, il 12 maggio le vittime degli abusi di Epstein e del suo sistema hanno testimoniato per la prima volta davanti alla Commissione Vigilanza a Palm Beach, in Florida.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.

Il 23 dicembre 2024 la nave cargo russa Ursa Major è affondata nel Mediterraneo, a circa 100 chilometri dalle coste spagnole, in circostanze ancora poco chiare. Ufficialmente era partita da San Pietroburgo ed era diretta a Vladivostok, nell’estremo oriente russo. Secondo un’inchiesta della CNN, però, la vera destinazione potrebbe essere stata il porto nordcoreano di Rason.
Il punto più delicato riguarda il carico: secondo l’inchiesta, infatti, la nave avrebbe trasportato “probabilmente” componenti per due reattori nucleari destinati ai sottomarini della Corea del Nord.
Secondo la ricostruzione, il 23 dicembre, dopo un’improvvisa deviazione di rotta, la nave ha lanciato un segnale di soccorso: tre esplosioni sul fianco destro, vicino alla sala macchine, hanno ucciso due marinai e reso il cargo ingovernabile. I 14 superstiti sono stati recuperati dalla nave spagnola Salvamar Draco. Poco dopo è arrivata anche una nave militare spagnola, ma la russa Ivan Gren, inviata per scortare il carico, ha ordinato alle imbarcazioni vicine di tenersi a due miglia nautiche di distanza.
Alle 21:50 la Ivan Gren ha lanciato razzi luminosi rossi. Subito dopo sono state registrate altre quattro esplosioni e segnali sismici nella zona. Alle 23:10 l’Ursa Major è stata dichiarata affondata.
Una settimana dopo, la nave russa Yantar è tornata sul relitto, restando sul punto del naufragio per cinque giorni. In quel periodo, secondo la CNN, sarebbero state rilevate altre esplosioni sottomarine, forse per distruggere il carico sensibile.
Il governo spagnolo è rimasto sostanzialmente silente. L’unica nota citata attribuisce al capitano una rivelazione: la nave avrebbe in realtà trasportato componenti per reattori nucleari simili a quelli usati nei sottomarini. La scatola nera resta però sul fondo del Mediterraneo, a 2500 metri di profondità, e molti punti della vicenda restano irrisolti.
Abbiamo chiesto al Dottor Matteo Bassetti di fare un punto sull’hantavirus per Pulp.
In questo video chiaro e sintetico e emergono, senza allarmismi, tre aspetti fondamentali:
1 La capacità di contagiare che oggi si attesta a R=2 (con il Covid era R=7)
2 Il tasso di mortalità che è intorno al 40%
3 Il tempo di incubazione che può arrivare fino a 45 giorni e che pertanto ci costringe a restare ancora per qualche settimana con il fiato sospeso

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.
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Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
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Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
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Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
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Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.

Doveva essere l’evento musicale del decennio, con una line-up “meglio di quella del Coachella”, per usare le parole di Victor Yari Milani, fondatore, direttore artistico e detentore del marchio Hellwatt Festival. Peccato che Milani sia stato allontanato a meno di due mesi dall’evento che si dovrebbe tenere alla RCF Arena di Reggio Emilia. Ce lo si poteva aspettare? Forse, visto che il nome di Milani era sconosciuto a tuti gli addetti ai lavori.
Settimane di dubbi, misteri, costi preventivati elevatissimi e fondi che nessuno ha mai davvero visto e che in teoria avrebbero dovuto coprire anche le spese per artisti come Kanye West (con le polemiche legate al suo nome annesse), Travis Scott, Wiz Khalifa, Martin Garrix, Ty Dolla $ign, DJ Snake, Ice Spice, Chainsmokers, Afrojack: nomi che in un normale festival pop o elettronico, sarebbero headliner.
E invece, oggi l’unica cosa certa legata a questo evento è che la società organizzatrice, la C.Volo, ha sceltoVittorio Dellacasa come nuovo direttore artistico. Per il resto è tutto ancora da definire, a cominciare dal nome.
Insomma, l’Hellwatt Festival poteva essere “almeno” il Fyre Festival italiano, una truffa/fallimento “in grande stile”, ottima per farci una mini serie. E invece non ha fatto in tempo neanche a diventare tale. Almeno fino ad oggi.
Israele continua a partecipare all’Eurovision mentre la Russia è stata esclusa, una differenza che per molti continua a far discutere.
Le motivazioni ufficiali dell’EBU non convincono e vengono considerate da tanti un evidente doppio standard. Non a caso, quest’anno sempre più artisti, spettatori e televisioni stanno scegliendo di boicottare il festival.
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