“Capisco che gli oligarchi miliardari che possiedono l’industria dell’IA vogliano ancora più ricchezza e più potere. Capisco che non siano preoccupati per l’enorme perdita di posti di lavoro che questa tecnologia causerà. Capisco che non si preoccupino della distruzione del diritto alla privacy e della raccolta massiccia di informazioni personali. Ma quello che non capisco è come si possa ignorare quando i principali scienziati mondiali nel campo dell’IA ci dicono, che man mano che l’IA diventerà più intelligente degli esseri umani, potrebbe operare indipendentemente dal controllo umano, con possibili conseguenze catastrofiche. Dato che gli oligarchi, come tutti noi, hanno famiglie e vivono sul pianeta Terra, non riesco a capire come continuino a procedere sconsideratamente con un’intelligenza artificiale non regolamentata che nemmeno comprendono. L’avidità e il desiderio di fare soldi sono una cosa, distruggere il pianeta e la civiltà umana è un’altra.”
@berniesanders aprile 2026
#HumanTribe

“Capisco che gli oligarchi miliardari che possiedono l’industria dell’IA vogliano ancora più ricchezza e più potere. Capisco che non siano preoccupati per l’enorme perdita di posti di lavoro che questa tecnologia causerà. Capisco che non si preoccupino della distruzione del diritto alla privacy e della raccolta massiccia di informazioni personali. Ma quello che non capisco è come si possa ignorare quando i principali scienziati mondiali nel campo dell’IA ci dicono, che man mano che l’IA diventerà più intelligente degli esseri umani, potrebbe operare indipendentemente dal controllo umano, con possibili conseguenze catastrofiche. Dato che gli oligarchi, come tutti noi, hanno famiglie e vivono sul pianeta Terra, non riesco a capire come continuino a procedere sconsideratamente con un’intelligenza artificiale non regolamentata che nemmeno comprendono. L’avidità e il desiderio di fare soldi sono una cosa, distruggere il pianeta e la civiltà umana è un’altra.”
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“Capisco che gli oligarchi miliardari che possiedono l’industria dell’IA vogliano ancora più ricchezza e più potere. Capisco che non siano preoccupati per l’enorme perdita di posti di lavoro che questa tecnologia causerà. Capisco che non si preoccupino della distruzione del diritto alla privacy e della raccolta massiccia di informazioni personali. Ma quello che non capisco è come si possa ignorare quando i principali scienziati mondiali nel campo dell’IA ci dicono, che man mano che l’IA diventerà più intelligente degli esseri umani, potrebbe operare indipendentemente dal controllo umano, con possibili conseguenze catastrofiche. Dato che gli oligarchi, come tutti noi, hanno famiglie e vivono sul pianeta Terra, non riesco a capire come continuino a procedere sconsideratamente con un’intelligenza artificiale non regolamentata che nemmeno comprendono. L’avidità e il desiderio di fare soldi sono una cosa, distruggere il pianeta e la civiltà umana è un’altra.”
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“Capisco che gli oligarchi miliardari che possiedono l’industria dell’IA vogliano ancora più ricchezza e più potere. Capisco che non siano preoccupati per l’enorme perdita di posti di lavoro che questa tecnologia causerà. Capisco che non si preoccupino della distruzione del diritto alla privacy e della raccolta massiccia di informazioni personali. Ma quello che non capisco è come si possa ignorare quando i principali scienziati mondiali nel campo dell’IA ci dicono, che man mano che l’IA diventerà più intelligente degli esseri umani, potrebbe operare indipendentemente dal controllo umano, con possibili conseguenze catastrofiche. Dato che gli oligarchi, come tutti noi, hanno famiglie e vivono sul pianeta Terra, non riesco a capire come continuino a procedere sconsideratamente con un’intelligenza artificiale non regolamentata che nemmeno comprendono. L’avidità e il desiderio di fare soldi sono una cosa, distruggere il pianeta e la civiltà umana è un’altra.”
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“Capisco che gli oligarchi miliardari che possiedono l’industria dell’IA vogliano ancora più ricchezza e più potere. Capisco che non siano preoccupati per l’enorme perdita di posti di lavoro che questa tecnologia causerà. Capisco che non si preoccupino della distruzione del diritto alla privacy e della raccolta massiccia di informazioni personali. Ma quello che non capisco è come si possa ignorare quando i principali scienziati mondiali nel campo dell’IA ci dicono, che man mano che l’IA diventerà più intelligente degli esseri umani, potrebbe operare indipendentemente dal controllo umano, con possibili conseguenze catastrofiche. Dato che gli oligarchi, come tutti noi, hanno famiglie e vivono sul pianeta Terra, non riesco a capire come continuino a procedere sconsideratamente con un’intelligenza artificiale non regolamentata che nemmeno comprendono. L’avidità e il desiderio di fare soldi sono una cosa, distruggere il pianeta e la civiltà umana è un’altra.”
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“Capisco che gli oligarchi miliardari che possiedono l’industria dell’IA vogliano ancora più ricchezza e più potere. Capisco che non siano preoccupati per l’enorme perdita di posti di lavoro che questa tecnologia causerà. Capisco che non si preoccupino della distruzione del diritto alla privacy e della raccolta massiccia di informazioni personali. Ma quello che non capisco è come si possa ignorare quando i principali scienziati mondiali nel campo dell’IA ci dicono, che man mano che l’IA diventerà più intelligente degli esseri umani, potrebbe operare indipendentemente dal controllo umano, con possibili conseguenze catastrofiche. Dato che gli oligarchi, come tutti noi, hanno famiglie e vivono sul pianeta Terra, non riesco a capire come continuino a procedere sconsideratamente con un’intelligenza artificiale non regolamentata che nemmeno comprendono. L’avidità e il desiderio di fare soldi sono una cosa, distruggere il pianeta e la civiltà umana è un’altra.”
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“Capisco che gli oligarchi miliardari che possiedono l’industria dell’IA vogliano ancora più ricchezza e più potere. Capisco che non siano preoccupati per l’enorme perdita di posti di lavoro che questa tecnologia causerà. Capisco che non si preoccupino della distruzione del diritto alla privacy e della raccolta massiccia di informazioni personali. Ma quello che non capisco è come si possa ignorare quando i principali scienziati mondiali nel campo dell’IA ci dicono, che man mano che l’IA diventerà più intelligente degli esseri umani, potrebbe operare indipendentemente dal controllo umano, con possibili conseguenze catastrofiche. Dato che gli oligarchi, come tutti noi, hanno famiglie e vivono sul pianeta Terra, non riesco a capire come continuino a procedere sconsideratamente con un’intelligenza artificiale non regolamentata che nemmeno comprendono. L’avidità e il desiderio di fare soldi sono una cosa, distruggere il pianeta e la civiltà umana è un’altra.”
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“Capisco che gli oligarchi miliardari che possiedono l’industria dell’IA vogliano ancora più ricchezza e più potere. Capisco che non siano preoccupati per l’enorme perdita di posti di lavoro che questa tecnologia causerà. Capisco che non si preoccupino della distruzione del diritto alla privacy e della raccolta massiccia di informazioni personali. Ma quello che non capisco è come si possa ignorare quando i principali scienziati mondiali nel campo dell’IA ci dicono, che man mano che l’IA diventerà più intelligente degli esseri umani, potrebbe operare indipendentemente dal controllo umano, con possibili conseguenze catastrofiche. Dato che gli oligarchi, come tutti noi, hanno famiglie e vivono sul pianeta Terra, non riesco a capire come continuino a procedere sconsideratamente con un’intelligenza artificiale non regolamentata che nemmeno comprendono. L’avidità e il desiderio di fare soldi sono una cosa, distruggere il pianeta e la civiltà umana è un’altra.”
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#HumanTribe
We didn’t cross the border, the border crossed us
#iceout #HumanTribe
«"Avete fatto voi questo orrore, maestro?"
"No, lo avete fatto voi."»

Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
Sono rimasto particolarmente colpito da un’operazione di polizia avvenuta meno di due mesi fa nel Complesso della Penha, che ha causato la morte di 130 persone, tra cui cinque agenti: l’operazione di polizia più letale della storia del Brasile.
Il problema della criminalità non viene affrontato con politiche sociali capaci di intervenire sulle cause profonde — redistribuzione, crescita equa, lotta alla povertà — ma con una repressione violenta, puramente “estetica”, che non risolve nulla e anzi esaspera i conflitti. Il risultato è una spirale fatta di droga, corruzione e una città sempre più difficile da governare.
Non sono un politico e non pretendo di comprendere fino in fondo una realtà così complessa, ma la correlazione tra povertà e criminalità appare evidente.
Ho dipinto su forex, un materiale poi incollato al muro. Le emozioni vissute si sono trasformate in opere forti, a tratti disturbanti, nel tentativo di raccontare la dissoluzione dell’umanità e il sangue della violenza.
Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
Sono rimasto particolarmente colpito da un’operazione di polizia avvenuta meno di due mesi fa nel Complesso della Penha, che ha causato la morte di 130 persone, tra cui cinque agenti: l’operazione di polizia più letale della storia del Brasile.
Il problema della criminalità non viene affrontato con politiche sociali capaci di intervenire sulle cause profonde — redistribuzione, crescita equa, lotta alla povertà — ma con una repressione violenta, puramente “estetica”, che non risolve nulla e anzi esaspera i conflitti. Il risultato è una spirale fatta di droga, corruzione e una città sempre più difficile da governare.
Non sono un politico e non pretendo di comprendere fino in fondo una realtà così complessa, ma la correlazione tra povertà e criminalità appare evidente.
Ho dipinto su forex, un materiale poi incollato al muro. Le emozioni vissute si sono trasformate in opere forti, a tratti disturbanti, nel tentativo di raccontare la dissoluzione dell’umanità e il sangue della violenza.

Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
Sono rimasto particolarmente colpito da un’operazione di polizia avvenuta meno di due mesi fa nel Complesso della Penha, che ha causato la morte di 130 persone, tra cui cinque agenti: l’operazione di polizia più letale della storia del Brasile.
Il problema della criminalità non viene affrontato con politiche sociali capaci di intervenire sulle cause profonde — redistribuzione, crescita equa, lotta alla povertà — ma con una repressione violenta, puramente “estetica”, che non risolve nulla e anzi esaspera i conflitti. Il risultato è una spirale fatta di droga, corruzione e una città sempre più difficile da governare.
Non sono un politico e non pretendo di comprendere fino in fondo una realtà così complessa, ma la correlazione tra povertà e criminalità appare evidente.
Ho dipinto su forex, un materiale poi incollato al muro. Le emozioni vissute si sono trasformate in opere forti, a tratti disturbanti, nel tentativo di raccontare la dissoluzione dell’umanità e il sangue della violenza.

Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
Sono rimasto particolarmente colpito da un’operazione di polizia avvenuta meno di due mesi fa nel Complesso della Penha, che ha causato la morte di 130 persone, tra cui cinque agenti: l’operazione di polizia più letale della storia del Brasile.
Il problema della criminalità non viene affrontato con politiche sociali capaci di intervenire sulle cause profonde — redistribuzione, crescita equa, lotta alla povertà — ma con una repressione violenta, puramente “estetica”, che non risolve nulla e anzi esaspera i conflitti. Il risultato è una spirale fatta di droga, corruzione e una città sempre più difficile da governare.
Non sono un politico e non pretendo di comprendere fino in fondo una realtà così complessa, ma la correlazione tra povertà e criminalità appare evidente.
Ho dipinto su forex, un materiale poi incollato al muro. Le emozioni vissute si sono trasformate in opere forti, a tratti disturbanti, nel tentativo di raccontare la dissoluzione dell’umanità e il sangue della violenza.

Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
Sono rimasto particolarmente colpito da un’operazione di polizia avvenuta meno di due mesi fa nel Complesso della Penha, che ha causato la morte di 130 persone, tra cui cinque agenti: l’operazione di polizia più letale della storia del Brasile.
Il problema della criminalità non viene affrontato con politiche sociali capaci di intervenire sulle cause profonde — redistribuzione, crescita equa, lotta alla povertà — ma con una repressione violenta, puramente “estetica”, che non risolve nulla e anzi esaspera i conflitti. Il risultato è una spirale fatta di droga, corruzione e una città sempre più difficile da governare.
Non sono un politico e non pretendo di comprendere fino in fondo una realtà così complessa, ma la correlazione tra povertà e criminalità appare evidente.
Ho dipinto su forex, un materiale poi incollato al muro. Le emozioni vissute si sono trasformate in opere forti, a tratti disturbanti, nel tentativo di raccontare la dissoluzione dell’umanità e il sangue della violenza.
Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
Sono rimasto particolarmente colpito da un’operazione di polizia avvenuta meno di due mesi fa nel Complesso della Penha, che ha causato la morte di 130 persone, tra cui cinque agenti: l’operazione di polizia più letale della storia del Brasile.
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Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
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Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
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Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
Sono rimasto particolarmente colpito da un’operazione di polizia avvenuta meno di due mesi fa nel Complesso della Penha, che ha causato la morte di 130 persone, tra cui cinque agenti: l’operazione di polizia più letale della storia del Brasile.
Il problema della criminalità non viene affrontato con politiche sociali capaci di intervenire sulle cause profonde — redistribuzione, crescita equa, lotta alla povertà — ma con una repressione violenta, puramente “estetica”, che non risolve nulla e anzi esaspera i conflitti. Il risultato è una spirale fatta di droga, corruzione e una città sempre più difficile da governare.
Non sono un politico e non pretendo di comprendere fino in fondo una realtà così complessa, ma la correlazione tra povertà e criminalità appare evidente.
Ho dipinto su forex, un materiale poi incollato al muro. Le emozioni vissute si sono trasformate in opere forti, a tratti disturbanti, nel tentativo di raccontare la dissoluzione dell’umanità e il sangue della violenza.

Rio de Janeiro è una città straordinaria, una delle più belle che abbia mai visto. Le spiagge di Copacabana e Ipanema sono accessibili, pulite e vive; l’atmosfera è vibrante, il cibo eccellente, il tutto incorniciato da una conformazione geografica spettacolare.
Eppure, a Rio si respira anche un clima profondamente teso. Poliziotti armati a ogni angolo, persone visibilmente sotto l’effetto di droghe, una povertà diffusa e onnipresente. Perché Rio è anche un inferno in terra: ogni anno si registrano circa 3.700 omicidi e centinaia di persone vengono uccise dalla polizia. È una guerra civile strisciante, quotidiana, ormai normalizzata.
Questo scenario è strettamente legato a una delle disuguaglianze sociali più alte al mondo. Il Brasile presenta uno dei coefficienti di Gini più elevati, segno di una forbice sociale drammatica, aggravata da una povertà in costante crescita. Le favelas — dove vivono circa due milioni dei sei milioni di abitanti della città — sono il volto più fragile di Rio: luoghi in cui convivono solidarietà e spirito di comunità, ma anche criminalità diffusa, con il traffico di droga che spesso detta le regole.
Sono rimasto particolarmente colpito da un’operazione di polizia avvenuta meno di due mesi fa nel Complesso della Penha, che ha causato la morte di 130 persone, tra cui cinque agenti: l’operazione di polizia più letale della storia del Brasile.
Il problema della criminalità non viene affrontato con politiche sociali capaci di intervenire sulle cause profonde — redistribuzione, crescita equa, lotta alla povertà — ma con una repressione violenta, puramente “estetica”, che non risolve nulla e anzi esaspera i conflitti. Il risultato è una spirale fatta di droga, corruzione e una città sempre più difficile da governare.
Non sono un politico e non pretendo di comprendere fino in fondo una realtà così complessa, ma la correlazione tra povertà e criminalità appare evidente.
Ho dipinto su forex, un materiale poi incollato al muro. Le emozioni vissute si sono trasformate in opere forti, a tratti disturbanti, nel tentativo di raccontare la dissoluzione dell’umanità e il sangue della violenza.
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