Fabrizio De André
a cura di @aleromano96
Ci si vede alle Cantate Anarchiche!
@cantataanarchicaitalia

❗️CANTATA ANARCHICA NAZIONALE 2026 PER FABRIZIO DE ANDRÉ❗️
🕗 SABATO 30 MAGGIO 2026 - ORE 16:00
📍 Anfiteatro Montestella, Milano.
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La terza edizione della Cantata Anarchica Nazionale è alle porte, tutte le informazioni le trovate nei due post precedenti!
Vi aspettiamo numerosi e da tutte le regioni: portate tutto l’amore per Faber, strumenti di ogni genere, ma soprattutto la voce!
Senza dimenticare un bicchiere di vino da condividere!
Tutte le grafiche dei post della Cantata Anarchica Nazionale 2026 sono state ideate e realizzate da @tchiefbady, con il contributo delle Cantate provenienti da tutta Italia.
#deandré #fabriziodeandré #faber #musica musicaitalian
Nella vita trovate qualcun* che vi guardi come fa Dori con Fabrizio in questo video 🤍
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#sanvalentino #deandré #fabriziodeandré #deandré #amore #love #musicaitaliana #canzoni #canzoniitaliane #bhfyp #fyp #pensieri #frasi #dorighezzi

Una delle frasi più belle di Fabrizio De André.
Essere se stessi infatti, è un atto di eroismo, che, di questi tempi può costare caro.
“Questo disco ha come protagonista la piccola borghesia, un cancro diffuso in tutto il mondo ed estremamente pericoloso, perché non prende mai posizione" - queste le parole di De André per parlare di “Rimini” (1978). 🌅
Scritto con Massimo Bubola, l’album è un ritratto critico della piccola borghesia italiana di fine anni '70, descritta nel suo tentativo di conformismo, nel perbenismo e nella reazione alla contestazione giovanile. Attraverso storie di personaggi marginali o comuni, l'album esplora temi come l'aborto, l'emarginazione, la guerra e l'illusione politica, segnando una svolta folk-rock nella musica di De André. 🍷
A raccontarcelo è come sempre Davide Diamanti 🎭
#FabrizioDeAndre #Rimini #Faber #Cantautorato #MusicaItaliana

Il 22 maggio 2013, 13 anni fa, ci lasciava Don Andrea Gallo.
Come diceva Fabrizio:
“Caro Andrea, ti sono amico, perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza.”
Questa la lettera che scrisse per De André:
“Caro Faber,
da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.
Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.
E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.
Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.
La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.
Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].
È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.
Caro Faber, grazie!”
#dongallo #deandré

Il 22 maggio 2013, 13 anni fa, ci lasciava Don Andrea Gallo.
Come diceva Fabrizio:
“Caro Andrea, ti sono amico, perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza.”
Questa la lettera che scrisse per De André:
“Caro Faber,
da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.
Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.
E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.
Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.
La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.
Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].
È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.
Caro Faber, grazie!”
#dongallo #deandré
Il 22 maggio 2013, 13 anni fa, ci lasciava Don Andrea Gallo.
Come diceva Fabrizio:
“Caro Andrea, ti sono amico, perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza.”
Questa la lettera che scrisse per De André:
“Caro Faber,
da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.
Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.
E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.
Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.
La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.
Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].
È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.
Caro Faber, grazie!”
#dongallo #deandré

Il 22 maggio 2013, 13 anni fa, ci lasciava Don Andrea Gallo.
Come diceva Fabrizio:
“Caro Andrea, ti sono amico, perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza.”
Questa la lettera che scrisse per De André:
“Caro Faber,
da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.
Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.
E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.
Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.
La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.
Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].
È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.
Caro Faber, grazie!”
#dongallo #deandré
Sono già 5 anni senza Franco Battiato.
Ricordiamo la commozione di Franco al concerto in onore di Fabrizio De André “Faber amico fragile” mentre canta “Amore che vieni amore che vai” (Genova, 12 marzo 2000).

Per scrivere il brano “La morte”, Fabrizio De André trae la musica da “La verger du Roi Louis” di Georges Brassens e, in certo senso, anche l’argomento, ma lo veste con versi suoi mantenendo il tono cupo e sferzante del poema.
Ne risulta una canzone che mette i brividi per la scelta di un vocabolario evocativo di immagini funebri, e che sottolinea in modo implacabile - quasi in una medievale danza della morte - come contro la morte stessa ci sia poco da fare. Morte di cui De André aveva paura, almeno secondo quanto ebbe a dire in più di una occasione.
Per rendere più forte questo concetto, vengono confrontate, in cinque strofe, quattro categorie di persone, immaginando quale potrebbe essere per ciascuna di loro la reazione di fronte alla morte: la giovane e bella ragazza non avrà il tempo di accorgersi che la fine potrebbe essere nascosta nella caducità della sua bellezza; i ricchi prelati, i notabili e i conti si dispereranno perché saranno costretti ad abbandonare i loro agi, mentre per gli straccioni sarà una liberazione; anche il guerriero dovrà arrendersi di fronte a questa estrema nemica: non serve colpirla nel cuore perché la morte mai non muore.
L’incipit della canzone richiama da vicino quello della poesia di Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, scritta nella primavera del 1950 e pubblicata per Einaudi l’anno successivo: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi I questa morte che ci accompagna I dal mattino alla sera, insonne, I sorda, come un vecchio rimorso I o un vizio assurdo.. “.

Poco meno di venti giorni alla seconda Cantata Anarchica nazionale per Fabrizio De André che si terrà al Monte Stella di Milano il prossimo 30 maggio, a partire dalle 16.
Unitevi al GRUPPO TELEGRAM (link in bio) per seguire tutti gli aggiornamenti!

Poco meno di venti giorni alla seconda Cantata Anarchica nazionale per Fabrizio De André che si terrà al Monte Stella di Milano il prossimo 30 maggio, a partire dalle 16.
Unitevi al GRUPPO TELEGRAM (link in bio) per seguire tutti gli aggiornamenti!

“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤

“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤

“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤
“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤

“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤

“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤

“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤
“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤

“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤

“E poi, avrei voluto salutare mia madre, non perché per il fatto di essere arrivato primo o ultimo, ma per il fatto che io ho una grande stima di mia madre.
È stata sempre il vinavil della nostra famiglia. Se non ci fosse stata lei, o fosse mancata, sarebbe mancata la colla, ci saremmo disuniti tutti quanti.
Comunque, mi hai dato l’opportunità di farlo.
Io saluto mia madre e la gratifico del fatto di avermi regalato una chitarra quando avevo quattordici anni.”
Fabrizio De André - Dalla video intervista dell’archivio della RAI - Sarzana, 29 agosto 1981
Auguri a tutte le Mamme ❤

La versione originale de “La canzone del Maggio” attacca il consumismo, vuoto di ideali e visione, contro cui il ’68 lotta.
Racconta una guerra fatta di repressione e manganelli, ma lascia spazio a una certezza: i ribelli, prima o poi, vinceranno.
“Voi non potete fermare il vento,
gli fate solo perdere tempo”
#fabriziodeandrè

Esiste una versione poco conosciuta della “Canzone del Maggio” di Fabrizio De André, chiamata “versione del vento”.
È probabilmente una stesura precedente a quella ufficiale di “Storia di un impiegato” (1973), scritta prima che De André ottenesse i diritti per adattare il brano francese di Dominique Grange (“Chacun de vous est concerné”).
In questa versione il testo è molto diverso: meno vicino all’originale francese e più autonomo. Compare infatti un’immagine centrale che poi verrà eliminata, quella del “vento”, simbolo di una protesta che non si può fermare:
“voi non avete fermato il vento
gli avete fatto perdere tempo”.
Il contenuto resta quello delle proteste del Maggio ’68: studenti, fabbriche ferme, scontri con la polizia, e una critica a chi è rimasto a guardare o ha creduto alla narrazione dei media.
Questa versione circolò anche su alcune audiocassette nel 1976, poi ritirate, ed è oggi difficile da reperire.
Un esempio interessante di come nasce una canzone: da una prima idea più libera a una versione finale più vicina all’originale, ma con lo stesso messaggio di fondo — “siete lo stesso coinvolti”.

Esiste una versione poco conosciuta della “Canzone del Maggio” di Fabrizio De André, chiamata “versione del vento”.
È probabilmente una stesura precedente a quella ufficiale di “Storia di un impiegato” (1973), scritta prima che De André ottenesse i diritti per adattare il brano francese di Dominique Grange (“Chacun de vous est concerné”).
In questa versione il testo è molto diverso: meno vicino all’originale francese e più autonomo. Compare infatti un’immagine centrale che poi verrà eliminata, quella del “vento”, simbolo di una protesta che non si può fermare:
“voi non avete fermato il vento
gli avete fatto perdere tempo”.
Il contenuto resta quello delle proteste del Maggio ’68: studenti, fabbriche ferme, scontri con la polizia, e una critica a chi è rimasto a guardare o ha creduto alla narrazione dei media.
Questa versione circolò anche su alcune audiocassette nel 1976, poi ritirate, ed è oggi difficile da reperire.
Un esempio interessante di come nasce una canzone: da una prima idea più libera a una versione finale più vicina all’originale, ma con lo stesso messaggio di fondo — “siete lo stesso coinvolti”.

Esiste una versione poco conosciuta della “Canzone del Maggio” di Fabrizio De André, chiamata “versione del vento”.
È probabilmente una stesura precedente a quella ufficiale di “Storia di un impiegato” (1973), scritta prima che De André ottenesse i diritti per adattare il brano francese di Dominique Grange (“Chacun de vous est concerné”).
In questa versione il testo è molto diverso: meno vicino all’originale francese e più autonomo. Compare infatti un’immagine centrale che poi verrà eliminata, quella del “vento”, simbolo di una protesta che non si può fermare:
“voi non avete fermato il vento
gli avete fatto perdere tempo”.
Il contenuto resta quello delle proteste del Maggio ’68: studenti, fabbriche ferme, scontri con la polizia, e una critica a chi è rimasto a guardare o ha creduto alla narrazione dei media.
Questa versione circolò anche su alcune audiocassette nel 1976, poi ritirate, ed è oggi difficile da reperire.
Un esempio interessante di come nasce una canzone: da una prima idea più libera a una versione finale più vicina all’originale, ma con lo stesso messaggio di fondo — “siete lo stesso coinvolti”.

Esiste una versione poco conosciuta della “Canzone del Maggio” di Fabrizio De André, chiamata “versione del vento”.
È probabilmente una stesura precedente a quella ufficiale di “Storia di un impiegato” (1973), scritta prima che De André ottenesse i diritti per adattare il brano francese di Dominique Grange (“Chacun de vous est concerné”).
In questa versione il testo è molto diverso: meno vicino all’originale francese e più autonomo. Compare infatti un’immagine centrale che poi verrà eliminata, quella del “vento”, simbolo di una protesta che non si può fermare:
“voi non avete fermato il vento
gli avete fatto perdere tempo”.
Il contenuto resta quello delle proteste del Maggio ’68: studenti, fabbriche ferme, scontri con la polizia, e una critica a chi è rimasto a guardare o ha creduto alla narrazione dei media.
Questa versione circolò anche su alcune audiocassette nel 1976, poi ritirate, ed è oggi difficile da reperire.
Un esempio interessante di come nasce una canzone: da una prima idea più libera a una versione finale più vicina all’originale, ma con lo stesso messaggio di fondo — “siete lo stesso coinvolti”.

Esiste una versione poco conosciuta della “Canzone del Maggio” di Fabrizio De André, chiamata “versione del vento”.
È probabilmente una stesura precedente a quella ufficiale di “Storia di un impiegato” (1973), scritta prima che De André ottenesse i diritti per adattare il brano francese di Dominique Grange (“Chacun de vous est concerné”).
In questa versione il testo è molto diverso: meno vicino all’originale francese e più autonomo. Compare infatti un’immagine centrale che poi verrà eliminata, quella del “vento”, simbolo di una protesta che non si può fermare:
“voi non avete fermato il vento
gli avete fatto perdere tempo”.
Il contenuto resta quello delle proteste del Maggio ’68: studenti, fabbriche ferme, scontri con la polizia, e una critica a chi è rimasto a guardare o ha creduto alla narrazione dei media.
Questa versione circolò anche su alcune audiocassette nel 1976, poi ritirate, ed è oggi difficile da reperire.
Un esempio interessante di come nasce una canzone: da una prima idea più libera a una versione finale più vicina all’originale, ma con lo stesso messaggio di fondo — “siete lo stesso coinvolti”.

Esiste una versione poco conosciuta della “Canzone del Maggio” di Fabrizio De André, chiamata “versione del vento”.
È probabilmente una stesura precedente a quella ufficiale di “Storia di un impiegato” (1973), scritta prima che De André ottenesse i diritti per adattare il brano francese di Dominique Grange (“Chacun de vous est concerné”).
In questa versione il testo è molto diverso: meno vicino all’originale francese e più autonomo. Compare infatti un’immagine centrale che poi verrà eliminata, quella del “vento”, simbolo di una protesta che non si può fermare:
“voi non avete fermato il vento
gli avete fatto perdere tempo”.
Il contenuto resta quello delle proteste del Maggio ’68: studenti, fabbriche ferme, scontri con la polizia, e una critica a chi è rimasto a guardare o ha creduto alla narrazione dei media.
Questa versione circolò anche su alcune audiocassette nel 1976, poi ritirate, ed è oggi difficile da reperire.
Un esempio interessante di come nasce una canzone: da una prima idea più libera a una versione finale più vicina all’originale, ma con lo stesso messaggio di fondo — “siete lo stesso coinvolti”.

BUONA FESTA DEI LAVORATORI!
“Stiamo vivendo in una società costruita per «anziani ricchi» e non per giovani volenterosi. Ci mancavano anche le scoperte della Montalcini, così adesso i vecchi, oltre a diventare ricchissimi, rimangono anche abbastanza lucidi da non consentire nessun ricambio generazionale, tenendosi avvinghiati fino alla morte a qualsiasi tipo di attività che potrebbe essere con maggior profitto esercitata dai giovani.
Giovani che rimangono disoccupati nell’impossibilità materiale di formarsi e mantenere una famiglia: ed a quei pochi che riescono a trovare un lavoro è assolutamente vietato anche solo pensare di potersi acquistare una casa in un qualsiasi centro cittadino a breve termine.”
(Fabrizio De André)
#fabriziodeandré #lavoro #lavoratori #festadeilavoratori #primomaggio
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