Scomodo
Dal 2016 una comunità reale, più offline che su Instagram. A @laredazioneroma, @laredazionemilano, @laredazioneempoli e @laredazionebari
Abbiamo fatto delle magliette!
La direzione artistica è di Davide Rossi Doria (@daviderossidoria), la serigrafia è a cura di VecchioStampo (@vecchiostampo_lab).
Se ne vuoi una, la trovi al link in bio o in tutte le nostre redazioni 👕

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Scomodo N°76 è in arrivo 🎡
Presto puoi trovarlo in librerie e spazi culturali nei punti scomodi sparsi in tutta Italia. E anche a @laredazioneroma @laredazionemilano @laredazioneempoli e @laredazionebari
Lo presentiamo il 22 aprile a @laredazioneroma con tant ospiti e amiche e amici - vieni e prendi la tua copia! Se invece vuoi riceverlo a casa, abbonati ora in bio
La copertina è di @danielesigismondo (grazie!!)

Ieri seconda assemblea del mese di Maggio alla Redazione di Empoli 💚
Grazie a tuttə!
Ieri seconda assemblea del mese di Maggio alla Redazione di Empoli 💚
Grazie a tuttə!

Ieri seconda assemblea del mese di Maggio alla Redazione di Empoli 💚
Grazie a tuttə!

La Corte Penale Internazionaleha la possibilità di processare la mafia libica per la prima volta. Nella giornata di ieri, infatti, sono iniziate le udienze per la convalida delle accuse contro El Hishri, tra i vertici della mafia libica e parte della stessa milizia di Almasri. El Hishri è accusato , nei 17 capi d’imputazione, di tortura, trattamenti inumani, omicidi, riduzione in schiavitù e stupro. È uno dei responsabili della prigione femminile di Mitiga.
«Si stanno svolgendo in questi giorni presso la Corte Penale Internazionale dell’Aja le udienze per la conferma delle accuse di crimini contro l’umanità a El Hishri», racconta a Scomodo Don Mattia Ferrari di Mediterranea, presente a L’Aia.
«La mafia libica é una delle mafie più potenti, gestisce traffici di esseri umani, di petrolio e di droga e lucra sui respingimenti che Italia ed Europa finanziano. Dopo tanti anni e dopo la vergogna del caso Almasri, la giustizia internazionale ha finalmente la possibilità di iniziare a processare la mafia libica, grazie al lavoro di giornalisti coraggiosi, della cooperazione internazionale, e l’impegno di movimento dal basso. Tra questi Refugees in Libya e le associazioni che in questi anni hanno lavorato per contrastare il potere della mafia libica», aggiunge Ferrari.

Bari - Città del Viaggio è un progetto collettivo della comunità di Scomodo Bari nato dall’esigenza di ribaltare il paradigma rassegnato per cui dal Sud bisogna scappare via. Abbiamo scelto di analizzare l’esperienza migratoria attraverso tre dimensioni – partire, restare e arrivare – per capire cosa spinga un corpo a muoversi e cosa, invece, lo trattenga o lo accolga.
Lo abbiamo scritto elaborando i report nati da momenti aperti e orizzontali: le assemblee di ideazione, in cui ci siamo messe e messi in cerchio con esperti e docenti, e le assemblee di elaborazione, popolate dalle realtà politiche del territorio per avere uno sguardo d’insieme. La natura comunitaria dell’opera permea anche la sua realizzazione fisica, frutto di un ciclo di workshop gratuiti rivolti alla cittadinanza.
Per noi il viaggio non è mai una traiettoria lineare e per questo i tre capitoli sono stati pensati come moduli interscambiabili, affinché chiunque possa montarli e leggerli nell’ordine che preferisce, seguendo il ritmo delle proprie tappe personali.
Puoi prendere la tua copia gratuita in librerie, scuole, università e spazi culturali e sociali sparsi in tutta Bari. Se non dovessi trovarla, scrivici: te ne mettiamo da parte una :)

Bari - Città del Viaggio è un progetto collettivo della comunità di Scomodo Bari nato dall’esigenza di ribaltare il paradigma rassegnato per cui dal Sud bisogna scappare via. Abbiamo scelto di analizzare l’esperienza migratoria attraverso tre dimensioni – partire, restare e arrivare – per capire cosa spinga un corpo a muoversi e cosa, invece, lo trattenga o lo accolga.
Lo abbiamo scritto elaborando i report nati da momenti aperti e orizzontali: le assemblee di ideazione, in cui ci siamo messe e messi in cerchio con esperti e docenti, e le assemblee di elaborazione, popolate dalle realtà politiche del territorio per avere uno sguardo d’insieme. La natura comunitaria dell’opera permea anche la sua realizzazione fisica, frutto di un ciclo di workshop gratuiti rivolti alla cittadinanza.
Per noi il viaggio non è mai una traiettoria lineare e per questo i tre capitoli sono stati pensati come moduli interscambiabili, affinché chiunque possa montarli e leggerli nell’ordine che preferisce, seguendo il ritmo delle proprie tappe personali.
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Lo abbiamo scritto elaborando i report nati da momenti aperti e orizzontali: le assemblee di ideazione, in cui ci siamo messe e messi in cerchio con esperti e docenti, e le assemblee di elaborazione, popolate dalle realtà politiche del territorio per avere uno sguardo d’insieme. La natura comunitaria dell’opera permea anche la sua realizzazione fisica, frutto di un ciclo di workshop gratuiti rivolti alla cittadinanza.
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Lo abbiamo scritto elaborando i report nati da momenti aperti e orizzontali: le assemblee di ideazione, in cui ci siamo messe e messi in cerchio con esperti e docenti, e le assemblee di elaborazione, popolate dalle realtà politiche del territorio per avere uno sguardo d’insieme. La natura comunitaria dell’opera permea anche la sua realizzazione fisica, frutto di un ciclo di workshop gratuiti rivolti alla cittadinanza.
Per noi il viaggio non è mai una traiettoria lineare e per questo i tre capitoli sono stati pensati come moduli interscambiabili, affinché chiunque possa montarli e leggerli nell’ordine che preferisce, seguendo il ritmo delle proprie tappe personali.
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Bari - Città del Viaggio è un progetto collettivo della comunità di Scomodo Bari nato dall’esigenza di ribaltare il paradigma rassegnato per cui dal Sud bisogna scappare via. Abbiamo scelto di analizzare l’esperienza migratoria attraverso tre dimensioni – partire, restare e arrivare – per capire cosa spinga un corpo a muoversi e cosa, invece, lo trattenga o lo accolga.
Lo abbiamo scritto elaborando i report nati da momenti aperti e orizzontali: le assemblee di ideazione, in cui ci siamo messe e messi in cerchio con esperti e docenti, e le assemblee di elaborazione, popolate dalle realtà politiche del territorio per avere uno sguardo d’insieme. La natura comunitaria dell’opera permea anche la sua realizzazione fisica, frutto di un ciclo di workshop gratuiti rivolti alla cittadinanza.
Per noi il viaggio non è mai una traiettoria lineare e per questo i tre capitoli sono stati pensati come moduli interscambiabili, affinché chiunque possa montarli e leggerli nell’ordine che preferisce, seguendo il ritmo delle proprie tappe personali.
Puoi prendere la tua copia gratuita in librerie, scuole, università e spazi culturali e sociali sparsi in tutta Bari. Se non dovessi trovarla, scrivici: te ne mettiamo da parte una :)

Bari - Città del Viaggio è un progetto collettivo della comunità di Scomodo Bari nato dall’esigenza di ribaltare il paradigma rassegnato per cui dal Sud bisogna scappare via. Abbiamo scelto di analizzare l’esperienza migratoria attraverso tre dimensioni – partire, restare e arrivare – per capire cosa spinga un corpo a muoversi e cosa, invece, lo trattenga o lo accolga.
Lo abbiamo scritto elaborando i report nati da momenti aperti e orizzontali: le assemblee di ideazione, in cui ci siamo messe e messi in cerchio con esperti e docenti, e le assemblee di elaborazione, popolate dalle realtà politiche del territorio per avere uno sguardo d’insieme. La natura comunitaria dell’opera permea anche la sua realizzazione fisica, frutto di un ciclo di workshop gratuiti rivolti alla cittadinanza.
Per noi il viaggio non è mai una traiettoria lineare e per questo i tre capitoli sono stati pensati come moduli interscambiabili, affinché chiunque possa montarli e leggerli nell’ordine che preferisce, seguendo il ritmo delle proprie tappe personali.
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C’è qualcosa di leggermente straniante nel parlare con David August a Roma, la città che lui stesso definisce una casa a metà – quella che il pubblico internazionale probabilmente ignora. Il nome tedesco, la carriera costruita a Berlino, le etichette che lo collocano saldamente nella cultura musicale mitteleuropea: tutto concorre a far dimenticare che sua madre è italiana, di Palestrina, e che Roma la frequenta da quando era bambino.
«Da fuori neanche tanti sanno che sono anche italiano», dice con una sorta di rassegnazione affettuosa. C’è una vivacità nel suo quieto modo di parlare che smentisce la fatica. Tra poche oresuonerà per la prima volta a Roma dopo anni: è emozionato, vuole che questo sia l’inizio di un ritorno più frequente nella Capitale.
La sua storia musicale comincia al pianoforte ma diventa qualcosa di diverso quasi subito. L’incontro con la musica elettronica arriva intorno ai sedici anni, le prime esperienze in qualche club, un’energia che fino a quel momento non aveva mai conosciuto. «Forse neanche sapevo che mi mancasse», ammette, e c’è qualcosa di toccante in questa retrospezione: la rivelazione che certi bisogni non si nominano finché non si incontrano per caso.
È proprio nella diversità di generi che si muove assieme alla sua etichetta, 99CHANTS. Il panorama è cambiato enormemente anche solo nell’arco della sua carriera: le vendite di dischi, il modo in cui la musica viene consumata, la concorrenza diventata impossibile da misurare. «Fare un’etichetta oggi è un lavoro d’amore, di passione. Non è qualcosa con cui puoi mantenerti, con la musica che facciamo noi, che è comunque musica di nicchia».
La motivazione personale che lo ha spinto a creare uno spazio proprio nasce anche da esperienze con altre etichette che non gli erano piaciute, da confronti con realtà che non condivideva. «La mia aspirazione era creare uno spazio per artisti e trattarli come sarei essere trattato anch’io».
Leggi l’articolo completo a cura di @bvlevard su scomodo.org

C’è qualcosa di leggermente straniante nel parlare con David August a Roma, la città che lui stesso definisce una casa a metà – quella che il pubblico internazionale probabilmente ignora. Il nome tedesco, la carriera costruita a Berlino, le etichette che lo collocano saldamente nella cultura musicale mitteleuropea: tutto concorre a far dimenticare che sua madre è italiana, di Palestrina, e che Roma la frequenta da quando era bambino.
«Da fuori neanche tanti sanno che sono anche italiano», dice con una sorta di rassegnazione affettuosa. C’è una vivacità nel suo quieto modo di parlare che smentisce la fatica. Tra poche oresuonerà per la prima volta a Roma dopo anni: è emozionato, vuole che questo sia l’inizio di un ritorno più frequente nella Capitale.
La sua storia musicale comincia al pianoforte ma diventa qualcosa di diverso quasi subito. L’incontro con la musica elettronica arriva intorno ai sedici anni, le prime esperienze in qualche club, un’energia che fino a quel momento non aveva mai conosciuto. «Forse neanche sapevo che mi mancasse», ammette, e c’è qualcosa di toccante in questa retrospezione: la rivelazione che certi bisogni non si nominano finché non si incontrano per caso.
È proprio nella diversità di generi che si muove assieme alla sua etichetta, 99CHANTS. Il panorama è cambiato enormemente anche solo nell’arco della sua carriera: le vendite di dischi, il modo in cui la musica viene consumata, la concorrenza diventata impossibile da misurare. «Fare un’etichetta oggi è un lavoro d’amore, di passione. Non è qualcosa con cui puoi mantenerti, con la musica che facciamo noi, che è comunque musica di nicchia».
La motivazione personale che lo ha spinto a creare uno spazio proprio nasce anche da esperienze con altre etichette che non gli erano piaciute, da confronti con realtà che non condivideva. «La mia aspirazione era creare uno spazio per artisti e trattarli come sarei essere trattato anch’io».
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C’è qualcosa di leggermente straniante nel parlare con David August a Roma, la città che lui stesso definisce una casa a metà – quella che il pubblico internazionale probabilmente ignora. Il nome tedesco, la carriera costruita a Berlino, le etichette che lo collocano saldamente nella cultura musicale mitteleuropea: tutto concorre a far dimenticare che sua madre è italiana, di Palestrina, e che Roma la frequenta da quando era bambino.
«Da fuori neanche tanti sanno che sono anche italiano», dice con una sorta di rassegnazione affettuosa. C’è una vivacità nel suo quieto modo di parlare che smentisce la fatica. Tra poche oresuonerà per la prima volta a Roma dopo anni: è emozionato, vuole che questo sia l’inizio di un ritorno più frequente nella Capitale.
La sua storia musicale comincia al pianoforte ma diventa qualcosa di diverso quasi subito. L’incontro con la musica elettronica arriva intorno ai sedici anni, le prime esperienze in qualche club, un’energia che fino a quel momento non aveva mai conosciuto. «Forse neanche sapevo che mi mancasse», ammette, e c’è qualcosa di toccante in questa retrospezione: la rivelazione che certi bisogni non si nominano finché non si incontrano per caso.
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«Da fuori neanche tanti sanno che sono anche italiano», dice con una sorta di rassegnazione affettuosa. C’è una vivacità nel suo quieto modo di parlare che smentisce la fatica. Tra poche oresuonerà per la prima volta a Roma dopo anni: è emozionato, vuole che questo sia l’inizio di un ritorno più frequente nella Capitale.
La sua storia musicale comincia al pianoforte ma diventa qualcosa di diverso quasi subito. L’incontro con la musica elettronica arriva intorno ai sedici anni, le prime esperienze in qualche club, un’energia che fino a quel momento non aveva mai conosciuto. «Forse neanche sapevo che mi mancasse», ammette, e c’è qualcosa di toccante in questa retrospezione: la rivelazione che certi bisogni non si nominano finché non si incontrano per caso.
È proprio nella diversità di generi che si muove assieme alla sua etichetta, 99CHANTS. Il panorama è cambiato enormemente anche solo nell’arco della sua carriera: le vendite di dischi, il modo in cui la musica viene consumata, la concorrenza diventata impossibile da misurare. «Fare un’etichetta oggi è un lavoro d’amore, di passione. Non è qualcosa con cui puoi mantenerti, con la musica che facciamo noi, che è comunque musica di nicchia».
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«Da fuori neanche tanti sanno che sono anche italiano», dice con una sorta di rassegnazione affettuosa. C’è una vivacità nel suo quieto modo di parlare che smentisce la fatica. Tra poche oresuonerà per la prima volta a Roma dopo anni: è emozionato, vuole che questo sia l’inizio di un ritorno più frequente nella Capitale.
La sua storia musicale comincia al pianoforte ma diventa qualcosa di diverso quasi subito. L’incontro con la musica elettronica arriva intorno ai sedici anni, le prime esperienze in qualche club, un’energia che fino a quel momento non aveva mai conosciuto. «Forse neanche sapevo che mi mancasse», ammette, e c’è qualcosa di toccante in questa retrospezione: la rivelazione che certi bisogni non si nominano finché non si incontrano per caso.
È proprio nella diversità di generi che si muove assieme alla sua etichetta, 99CHANTS. Il panorama è cambiato enormemente anche solo nell’arco della sua carriera: le vendite di dischi, il modo in cui la musica viene consumata, la concorrenza diventata impossibile da misurare. «Fare un’etichetta oggi è un lavoro d’amore, di passione. Non è qualcosa con cui puoi mantenerti, con la musica che facciamo noi, che è comunque musica di nicchia».
La motivazione personale che lo ha spinto a creare uno spazio proprio nasce anche da esperienze con altre etichette che non gli erano piaciute, da confronti con realtà che non condivideva. «La mia aspirazione era creare uno spazio per artisti e trattarli come sarei essere trattato anch’io».
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C’è qualcosa di leggermente straniante nel parlare con David August a Roma, la città che lui stesso definisce una casa a metà – quella che il pubblico internazionale probabilmente ignora. Il nome tedesco, la carriera costruita a Berlino, le etichette che lo collocano saldamente nella cultura musicale mitteleuropea: tutto concorre a far dimenticare che sua madre è italiana, di Palestrina, e che Roma la frequenta da quando era bambino.
«Da fuori neanche tanti sanno che sono anche italiano», dice con una sorta di rassegnazione affettuosa. C’è una vivacità nel suo quieto modo di parlare che smentisce la fatica. Tra poche oresuonerà per la prima volta a Roma dopo anni: è emozionato, vuole che questo sia l’inizio di un ritorno più frequente nella Capitale.
La sua storia musicale comincia al pianoforte ma diventa qualcosa di diverso quasi subito. L’incontro con la musica elettronica arriva intorno ai sedici anni, le prime esperienze in qualche club, un’energia che fino a quel momento non aveva mai conosciuto. «Forse neanche sapevo che mi mancasse», ammette, e c’è qualcosa di toccante in questa retrospezione: la rivelazione che certi bisogni non si nominano finché non si incontrano per caso.
È proprio nella diversità di generi che si muove assieme alla sua etichetta, 99CHANTS. Il panorama è cambiato enormemente anche solo nell’arco della sua carriera: le vendite di dischi, il modo in cui la musica viene consumata, la concorrenza diventata impossibile da misurare. «Fare un’etichetta oggi è un lavoro d’amore, di passione. Non è qualcosa con cui puoi mantenerti, con la musica che facciamo noi, che è comunque musica di nicchia».
La motivazione personale che lo ha spinto a creare uno spazio proprio nasce anche da esperienze con altre etichette che non gli erano piaciute, da confronti con realtà che non condivideva. «La mia aspirazione era creare uno spazio per artisti e trattarli come sarei essere trattato anch’io».
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Il ritorno di Spring Attitude a La Nuvola dell’EUR, previsto per il 29 e 30 maggio, rappresenta la riattivazione di un ecosistema umano che lo scorso anno ha lasciato tracce profonde tra le pareti di vetro e acciaio di Fuksas. Osservando le storie di chi ha attraversato la scorsa edizione, emerge chiaramente come il festival agisca da catalizzatore di esperienze divergenti, trasformando l’architettura monumentale del quartiere in un organismo vivo e pulsante.
C’è chi, come Alice, è arrivata quasi per caso seguendo l’impulso di un video ricevuto in una serata di pioggia. Per altri, la partecipazione è stata una questione di precisione quasi scientifica, una mappatura di orari e palchi finalizzata a non perdere nemmeno un istante del groove internazionale de L’Impératrice o della densità emotiva de La Rappresentante di Lista.
Il festival ha saputo però parlare anche a chi, come Marco, aveva smesso di frequentare i grandi raduni da anni, preferendo l’isolamento domestico del vinile. Ritrovarsi davanti alla violenza sonora e inaspettata di Apparat o alla psichedelia anatolica degli Altin Gün significa accettare il rischio della sorpresa, lasciando che la musica rompa le abitudini consolidate. È una dinamica che coinvolge anche i più giovani come Tommaso, che nella solitudine di un set scoperto per caso in terrazza ha trovato una connessione immediata con sconosciuti, validando quella necessità di condivisione che solo la dimensione live può offrire.
Infine, rimane l’immagine collettiva dei gruppi che si formano e si sfaldano tra i corridoi della Nuvola, punti di ritrovo improvvisati intorno a un pilastro e giacche abbandonate che diventano bussole nel caos.
Spring Attitude si conferma così come uno spazio di libertà dove le traiettorie individuali si incrociano senza mai forzarsi, in attesa che la musica torni a occupare lo spazio e a generare nuove narrazioni. Noi l’anno scorso abbiamo sbirciato cosa succedeva sopra e fuori dal palco, lo faremo anche quest’anno.
Puoi leggere il racconto di @bvlevard su scomodo.org
Foto di @lorenzodifilippo

Il ritorno di Spring Attitude a La Nuvola dell’EUR, previsto per il 29 e 30 maggio, rappresenta la riattivazione di un ecosistema umano che lo scorso anno ha lasciato tracce profonde tra le pareti di vetro e acciaio di Fuksas. Osservando le storie di chi ha attraversato la scorsa edizione, emerge chiaramente come il festival agisca da catalizzatore di esperienze divergenti, trasformando l’architettura monumentale del quartiere in un organismo vivo e pulsante.
C’è chi, come Alice, è arrivata quasi per caso seguendo l’impulso di un video ricevuto in una serata di pioggia. Per altri, la partecipazione è stata una questione di precisione quasi scientifica, una mappatura di orari e palchi finalizzata a non perdere nemmeno un istante del groove internazionale de L’Impératrice o della densità emotiva de La Rappresentante di Lista.
Il festival ha saputo però parlare anche a chi, come Marco, aveva smesso di frequentare i grandi raduni da anni, preferendo l’isolamento domestico del vinile. Ritrovarsi davanti alla violenza sonora e inaspettata di Apparat o alla psichedelia anatolica degli Altin Gün significa accettare il rischio della sorpresa, lasciando che la musica rompa le abitudini consolidate. È una dinamica che coinvolge anche i più giovani come Tommaso, che nella solitudine di un set scoperto per caso in terrazza ha trovato una connessione immediata con sconosciuti, validando quella necessità di condivisione che solo la dimensione live può offrire.
Infine, rimane l’immagine collettiva dei gruppi che si formano e si sfaldano tra i corridoi della Nuvola, punti di ritrovo improvvisati intorno a un pilastro e giacche abbandonate che diventano bussole nel caos.
Spring Attitude si conferma così come uno spazio di libertà dove le traiettorie individuali si incrociano senza mai forzarsi, in attesa che la musica torni a occupare lo spazio e a generare nuove narrazioni. Noi l’anno scorso abbiamo sbirciato cosa succedeva sopra e fuori dal palco, lo faremo anche quest’anno.
Puoi leggere il racconto di @bvlevard su scomodo.org
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Il ritorno di Spring Attitude a La Nuvola dell’EUR, previsto per il 29 e 30 maggio, rappresenta la riattivazione di un ecosistema umano che lo scorso anno ha lasciato tracce profonde tra le pareti di vetro e acciaio di Fuksas. Osservando le storie di chi ha attraversato la scorsa edizione, emerge chiaramente come il festival agisca da catalizzatore di esperienze divergenti, trasformando l’architettura monumentale del quartiere in un organismo vivo e pulsante.
C’è chi, come Alice, è arrivata quasi per caso seguendo l’impulso di un video ricevuto in una serata di pioggia. Per altri, la partecipazione è stata una questione di precisione quasi scientifica, una mappatura di orari e palchi finalizzata a non perdere nemmeno un istante del groove internazionale de L’Impératrice o della densità emotiva de La Rappresentante di Lista.
Il festival ha saputo però parlare anche a chi, come Marco, aveva smesso di frequentare i grandi raduni da anni, preferendo l’isolamento domestico del vinile. Ritrovarsi davanti alla violenza sonora e inaspettata di Apparat o alla psichedelia anatolica degli Altin Gün significa accettare il rischio della sorpresa, lasciando che la musica rompa le abitudini consolidate. È una dinamica che coinvolge anche i più giovani come Tommaso, che nella solitudine di un set scoperto per caso in terrazza ha trovato una connessione immediata con sconosciuti, validando quella necessità di condivisione che solo la dimensione live può offrire.
Infine, rimane l’immagine collettiva dei gruppi che si formano e si sfaldano tra i corridoi della Nuvola, punti di ritrovo improvvisati intorno a un pilastro e giacche abbandonate che diventano bussole nel caos.
Spring Attitude si conferma così come uno spazio di libertà dove le traiettorie individuali si incrociano senza mai forzarsi, in attesa che la musica torni a occupare lo spazio e a generare nuove narrazioni. Noi l’anno scorso abbiamo sbirciato cosa succedeva sopra e fuori dal palco, lo faremo anche quest’anno.
Puoi leggere il racconto di @bvlevard su scomodo.org
Foto di @lorenzodifilippo

Il ritorno di Spring Attitude a La Nuvola dell’EUR, previsto per il 29 e 30 maggio, rappresenta la riattivazione di un ecosistema umano che lo scorso anno ha lasciato tracce profonde tra le pareti di vetro e acciaio di Fuksas. Osservando le storie di chi ha attraversato la scorsa edizione, emerge chiaramente come il festival agisca da catalizzatore di esperienze divergenti, trasformando l’architettura monumentale del quartiere in un organismo vivo e pulsante.
C’è chi, come Alice, è arrivata quasi per caso seguendo l’impulso di un video ricevuto in una serata di pioggia. Per altri, la partecipazione è stata una questione di precisione quasi scientifica, una mappatura di orari e palchi finalizzata a non perdere nemmeno un istante del groove internazionale de L’Impératrice o della densità emotiva de La Rappresentante di Lista.
Il festival ha saputo però parlare anche a chi, come Marco, aveva smesso di frequentare i grandi raduni da anni, preferendo l’isolamento domestico del vinile. Ritrovarsi davanti alla violenza sonora e inaspettata di Apparat o alla psichedelia anatolica degli Altin Gün significa accettare il rischio della sorpresa, lasciando che la musica rompa le abitudini consolidate. È una dinamica che coinvolge anche i più giovani come Tommaso, che nella solitudine di un set scoperto per caso in terrazza ha trovato una connessione immediata con sconosciuti, validando quella necessità di condivisione che solo la dimensione live può offrire.
Infine, rimane l’immagine collettiva dei gruppi che si formano e si sfaldano tra i corridoi della Nuvola, punti di ritrovo improvvisati intorno a un pilastro e giacche abbandonate che diventano bussole nel caos.
Spring Attitude si conferma così come uno spazio di libertà dove le traiettorie individuali si incrociano senza mai forzarsi, in attesa che la musica torni a occupare lo spazio e a generare nuove narrazioni. Noi l’anno scorso abbiamo sbirciato cosa succedeva sopra e fuori dal palco, lo faremo anche quest’anno.
Puoi leggere il racconto di @bvlevard su scomodo.org
Foto di @lorenzodifilippo

Il ritorno di Spring Attitude a La Nuvola dell’EUR, previsto per il 29 e 30 maggio, rappresenta la riattivazione di un ecosistema umano che lo scorso anno ha lasciato tracce profonde tra le pareti di vetro e acciaio di Fuksas. Osservando le storie di chi ha attraversato la scorsa edizione, emerge chiaramente come il festival agisca da catalizzatore di esperienze divergenti, trasformando l’architettura monumentale del quartiere in un organismo vivo e pulsante.
C’è chi, come Alice, è arrivata quasi per caso seguendo l’impulso di un video ricevuto in una serata di pioggia. Per altri, la partecipazione è stata una questione di precisione quasi scientifica, una mappatura di orari e palchi finalizzata a non perdere nemmeno un istante del groove internazionale de L’Impératrice o della densità emotiva de La Rappresentante di Lista.
Il festival ha saputo però parlare anche a chi, come Marco, aveva smesso di frequentare i grandi raduni da anni, preferendo l’isolamento domestico del vinile. Ritrovarsi davanti alla violenza sonora e inaspettata di Apparat o alla psichedelia anatolica degli Altin Gün significa accettare il rischio della sorpresa, lasciando che la musica rompa le abitudini consolidate. È una dinamica che coinvolge anche i più giovani come Tommaso, che nella solitudine di un set scoperto per caso in terrazza ha trovato una connessione immediata con sconosciuti, validando quella necessità di condivisione che solo la dimensione live può offrire.
Infine, rimane l’immagine collettiva dei gruppi che si formano e si sfaldano tra i corridoi della Nuvola, punti di ritrovo improvvisati intorno a un pilastro e giacche abbandonate che diventano bussole nel caos.
Spring Attitude si conferma così come uno spazio di libertà dove le traiettorie individuali si incrociano senza mai forzarsi, in attesa che la musica torni a occupare lo spazio e a generare nuove narrazioni. Noi l’anno scorso abbiamo sbirciato cosa succedeva sopra e fuori dal palco, lo faremo anche quest’anno.
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Il ritorno di Spring Attitude a La Nuvola dell’EUR, previsto per il 29 e 30 maggio, rappresenta la riattivazione di un ecosistema umano che lo scorso anno ha lasciato tracce profonde tra le pareti di vetro e acciaio di Fuksas. Osservando le storie di chi ha attraversato la scorsa edizione, emerge chiaramente come il festival agisca da catalizzatore di esperienze divergenti, trasformando l’architettura monumentale del quartiere in un organismo vivo e pulsante.
C’è chi, come Alice, è arrivata quasi per caso seguendo l’impulso di un video ricevuto in una serata di pioggia. Per altri, la partecipazione è stata una questione di precisione quasi scientifica, una mappatura di orari e palchi finalizzata a non perdere nemmeno un istante del groove internazionale de L’Impératrice o della densità emotiva de La Rappresentante di Lista.
Il festival ha saputo però parlare anche a chi, come Marco, aveva smesso di frequentare i grandi raduni da anni, preferendo l’isolamento domestico del vinile. Ritrovarsi davanti alla violenza sonora e inaspettata di Apparat o alla psichedelia anatolica degli Altin Gün significa accettare il rischio della sorpresa, lasciando che la musica rompa le abitudini consolidate. È una dinamica che coinvolge anche i più giovani come Tommaso, che nella solitudine di un set scoperto per caso in terrazza ha trovato una connessione immediata con sconosciuti, validando quella necessità di condivisione che solo la dimensione live può offrire.
Infine, rimane l’immagine collettiva dei gruppi che si formano e si sfaldano tra i corridoi della Nuvola, punti di ritrovo improvvisati intorno a un pilastro e giacche abbandonate che diventano bussole nel caos.
Spring Attitude si conferma così come uno spazio di libertà dove le traiettorie individuali si incrociano senza mai forzarsi, in attesa che la musica torni a occupare lo spazio e a generare nuove narrazioni. Noi l’anno scorso abbiamo sbirciato cosa succedeva sopra e fuori dal palco, lo faremo anche quest’anno.
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Un desiderio che esprimiamo a vent’anni è quello di conoscere il mondo. Per questo nel sabato della ventesima edizione del MI AMI, ospitiamo Mai state così vicine, un talk in cui si parla di quanto sia importante che tuttə possano fare esperienze all’estero.
L'Erasmus ha un ruolo decisivo nell’incontro tra culture per la formazione artistica e personale, e anche per anestetizzare i pregiudizi. È necessario lavorare per renderlo accessibile a tuttə.
Ne parliamo insieme a Benedetta Scuderi e Francamente, con la moderazione di Giulia Lineette di Scomodo.
❍❍❍
✧ Mai state così vicine - talk
✧ sabato 23 maggio
✧ Palco Quanto
𝗠𝗜 𝗔𝗠𝗜 𝟮𝟬𝟮𝟲
𝐼𝑜 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑜 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎 🌹
Biglietti disponibili su @diceitaly →→→ ʟɪɴᴋ ɪɴ ʙɪᴏ
Un desiderio che esprimiamo a vent’anni è quello di conoscere il mondo. Per questo nel sabato della ventesima edizione del MI AMI, ospitiamo Mai state così vicine, un talk in cui si parla di quanto sia importante che tuttə possano fare esperienze all’estero.
L'Erasmus ha un ruolo decisivo nell’incontro tra culture per la formazione artistica e personale, e anche per anestetizzare i pregiudizi. È necessario lavorare per renderlo accessibile a tuttə.
Ne parliamo insieme a Benedetta Scuderi e Francamente, con la moderazione di Giulia Lineette di Scomodo.
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L'Erasmus ha un ruolo decisivo nell’incontro tra culture per la formazione artistica e personale, e anche per anestetizzare i pregiudizi. È necessario lavorare per renderlo accessibile a tuttə.
Ne parliamo insieme a Benedetta Scuderi e Francamente, con la moderazione di Giulia Lineette di Scomodo.
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Un desiderio che esprimiamo a vent’anni è quello di conoscere il mondo. Per questo nel sabato della ventesima edizione del MI AMI, ospitiamo Mai state così vicine, un talk in cui si parla di quanto sia importante che tuttə possano fare esperienze all’estero.
L'Erasmus ha un ruolo decisivo nell’incontro tra culture per la formazione artistica e personale, e anche per anestetizzare i pregiudizi. È necessario lavorare per renderlo accessibile a tuttə.
Ne parliamo insieme a Benedetta Scuderi e Francamente, con la moderazione di Giulia Lineette di Scomodo.
❍❍❍
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Negli ultimi anni è una pratica ben consolidata, tra governi autocratici, dittature e multinazionali, quella di utilizzare grandi eventi e manifestazioni culturali, artistiche e sportive come forma di soft power per rifarsi l’immagine a livello politico e globale, distraendo l’opinione pubblica da gravi accuse di violazioni di diritti umani.
È stato il caso del Qatar e dell’Arabia Saudita in occasione di grandi manifestazioni sportive come i mondiali di calcio e le supercoppe europee e nazionali. Ma anche di multinazionali del fossile per la particolare attenzione a festival o eventi trasformatesi in greenwashing. Nel tempo, in questo tranello, ci è cascato anche il panorama mediatico, finendo per non problematizzare queste ingerenze.
Nell’ultima settimana, invece, è stata ripresa anche da diversi quotidiani e giornali italiani la lunga inchiesta del New York Times che ha provato «gli sforzi di Israele per influenzare il voto dell’Eurovision» degli scorsi anni e trasformare il concorso musicale europeo proprio in uno strumento di soft power per il governo israeliano. In che modo? Sponsorizzazioni sui social media, pubblicità e non solo. Un ruolo centrale è stato svolto proprio dalle emittenti televisive parte del consorzio europeo che organizza il festival. Anche la Rai ha preso posizione.
Di @luciaorii e @andrea_carcuro
Puoi leggere la newsletter gratuita iscrivendoti al link in bio o su Substack. Lì troverai un approfondimento (quello che leggi qui è un piccolo estratto!) del tema della settimana, oltre a una selezione di articoli che ci sono piaciuti e il meglio e il peggio della stampa italiana di questa settimana!
Parallasse, la rassegna stampa critica di Scomodo arriva nella tua casella di posta tutti i martedì per raccontarti come nasce una notizia in un periodo di crisi strutturale del giornalismo italiano.

Negli ultimi anni è una pratica ben consolidata, tra governi autocratici, dittature e multinazionali, quella di utilizzare grandi eventi e manifestazioni culturali, artistiche e sportive come forma di soft power per rifarsi l’immagine a livello politico e globale, distraendo l’opinione pubblica da gravi accuse di violazioni di diritti umani.
È stato il caso del Qatar e dell’Arabia Saudita in occasione di grandi manifestazioni sportive come i mondiali di calcio e le supercoppe europee e nazionali. Ma anche di multinazionali del fossile per la particolare attenzione a festival o eventi trasformatesi in greenwashing. Nel tempo, in questo tranello, ci è cascato anche il panorama mediatico, finendo per non problematizzare queste ingerenze.
Nell’ultima settimana, invece, è stata ripresa anche da diversi quotidiani e giornali italiani la lunga inchiesta del New York Times che ha provato «gli sforzi di Israele per influenzare il voto dell’Eurovision» degli scorsi anni e trasformare il concorso musicale europeo proprio in uno strumento di soft power per il governo israeliano. In che modo? Sponsorizzazioni sui social media, pubblicità e non solo. Un ruolo centrale è stato svolto proprio dalle emittenti televisive parte del consorzio europeo che organizza il festival. Anche la Rai ha preso posizione.
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È stato il caso del Qatar e dell’Arabia Saudita in occasione di grandi manifestazioni sportive come i mondiali di calcio e le supercoppe europee e nazionali. Ma anche di multinazionali del fossile per la particolare attenzione a festival o eventi trasformatesi in greenwashing. Nel tempo, in questo tranello, ci è cascato anche il panorama mediatico, finendo per non problematizzare queste ingerenze.
Nell’ultima settimana, invece, è stata ripresa anche da diversi quotidiani e giornali italiani la lunga inchiesta del New York Times che ha provato «gli sforzi di Israele per influenzare il voto dell’Eurovision» degli scorsi anni e trasformare il concorso musicale europeo proprio in uno strumento di soft power per il governo israeliano. In che modo? Sponsorizzazioni sui social media, pubblicità e non solo. Un ruolo centrale è stato svolto proprio dalle emittenti televisive parte del consorzio europeo che organizza il festival. Anche la Rai ha preso posizione.
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Negli ultimi anni è una pratica ben consolidata, tra governi autocratici, dittature e multinazionali, quella di utilizzare grandi eventi e manifestazioni culturali, artistiche e sportive come forma di soft power per rifarsi l’immagine a livello politico e globale, distraendo l’opinione pubblica da gravi accuse di violazioni di diritti umani.
È stato il caso del Qatar e dell’Arabia Saudita in occasione di grandi manifestazioni sportive come i mondiali di calcio e le supercoppe europee e nazionali. Ma anche di multinazionali del fossile per la particolare attenzione a festival o eventi trasformatesi in greenwashing. Nel tempo, in questo tranello, ci è cascato anche il panorama mediatico, finendo per non problematizzare queste ingerenze.
Nell’ultima settimana, invece, è stata ripresa anche da diversi quotidiani e giornali italiani la lunga inchiesta del New York Times che ha provato «gli sforzi di Israele per influenzare il voto dell’Eurovision» degli scorsi anni e trasformare il concorso musicale europeo proprio in uno strumento di soft power per il governo israeliano. In che modo? Sponsorizzazioni sui social media, pubblicità e non solo. Un ruolo centrale è stato svolto proprio dalle emittenti televisive parte del consorzio europeo che organizza il festival. Anche la Rai ha preso posizione.
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Negli ultimi anni è una pratica ben consolidata, tra governi autocratici, dittature e multinazionali, quella di utilizzare grandi eventi e manifestazioni culturali, artistiche e sportive come forma di soft power per rifarsi l’immagine a livello politico e globale, distraendo l’opinione pubblica da gravi accuse di violazioni di diritti umani.
È stato il caso del Qatar e dell’Arabia Saudita in occasione di grandi manifestazioni sportive come i mondiali di calcio e le supercoppe europee e nazionali. Ma anche di multinazionali del fossile per la particolare attenzione a festival o eventi trasformatesi in greenwashing. Nel tempo, in questo tranello, ci è cascato anche il panorama mediatico, finendo per non problematizzare queste ingerenze.
Nell’ultima settimana, invece, è stata ripresa anche da diversi quotidiani e giornali italiani la lunga inchiesta del New York Times che ha provato «gli sforzi di Israele per influenzare il voto dell’Eurovision» degli scorsi anni e trasformare il concorso musicale europeo proprio in uno strumento di soft power per il governo israeliano. In che modo? Sponsorizzazioni sui social media, pubblicità e non solo. Un ruolo centrale è stato svolto proprio dalle emittenti televisive parte del consorzio europeo che organizza il festival. Anche la Rai ha preso posizione.
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Insieme a @savethechildrenitalia, abbiamo lavorato ad una fanzine sulle periferie.
Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
Leggi il nostro numero speciale su scomodo.org
La fanzine fa parte del programma curato da Save the Children per IMPOSSIBILE, la Biennale dell’infanzia e dell’adolescenza per affrontare le sfide che oggi negano i diritti fondamentali dei più giovani. Il tema di questa terza edizione, “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”, vuole analizzare la complessa realtà delle periferie italiane attraverso lo sguardo dei più giovani. Per questo, la nostra fanzine nasce come una lente d’ingrandimento su questi territori, per raccontare le storie e i luoghi che li compongono. Questo progetto non vuole offrire soluzioni, ma restituire storie vere.
Fanzine a cura di @flaviasorichetti e @pocaconfidenza
#Impossibile2026

Insieme a @savethechildrenitalia, abbiamo lavorato ad una fanzine sulle periferie.
Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
Leggi il nostro numero speciale su scomodo.org
La fanzine fa parte del programma curato da Save the Children per IMPOSSIBILE, la Biennale dell’infanzia e dell’adolescenza per affrontare le sfide che oggi negano i diritti fondamentali dei più giovani. Il tema di questa terza edizione, “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”, vuole analizzare la complessa realtà delle periferie italiane attraverso lo sguardo dei più giovani. Per questo, la nostra fanzine nasce come una lente d’ingrandimento su questi territori, per raccontare le storie e i luoghi che li compongono. Questo progetto non vuole offrire soluzioni, ma restituire storie vere.
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Insieme a @savethechildrenitalia, abbiamo lavorato ad una fanzine sulle periferie.
Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
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Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
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Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
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Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
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Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
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Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
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La fanzine fa parte del programma curato da Save the Children per IMPOSSIBILE, la Biennale dell’infanzia e dell’adolescenza per affrontare le sfide che oggi negano i diritti fondamentali dei più giovani. Il tema di questa terza edizione, “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”, vuole analizzare la complessa realtà delle periferie italiane attraverso lo sguardo dei più giovani. Per questo, la nostra fanzine nasce come una lente d’ingrandimento su questi territori, per raccontare le storie e i luoghi che li compongono. Questo progetto non vuole offrire soluzioni, ma restituire storie vere.
Fanzine a cura di @flaviasorichetti e @pocaconfidenza
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Insieme a @savethechildrenitalia, abbiamo lavorato ad una fanzine sulle periferie.
Periferie che troppo spesso vengono raccontate come luoghi di degrado, giudizio, con un’accezione negativa che di tanto in tanto fa accendere su di loro i riflettori. Ma quando vivi in perfierie da sempre, non percepisci le strade del tuo quartiere come il fulcro della criminalità o come il punto da cui “nascono i problemi”, né come il luogo da cui partono le cosiddette “baby gang” dirette verso il centro.
Ma i nostri quartieri periferici sono molto più che semplici luoghi in cui tornare dopo il lavoro o la scuola, per poi ripartire il giorno successivo verso il centro: sono spazi da vivere, abitare e costruire.
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La fanzine fa parte del programma curato da Save the Children per IMPOSSIBILE, la Biennale dell’infanzia e dell’adolescenza per affrontare le sfide che oggi negano i diritti fondamentali dei più giovani. Il tema di questa terza edizione, “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”, vuole analizzare la complessa realtà delle periferie italiane attraverso lo sguardo dei più giovani. Per questo, la nostra fanzine nasce come una lente d’ingrandimento su questi territori, per raccontare le storie e i luoghi che li compongono. Questo progetto non vuole offrire soluzioni, ma restituire storie vere.
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Secondo l’ultimo rapporto di @medicisenzafrontiere l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene (WASH) per la popolazione della Striscia di Gaza è stato strumentalizzato e gravemente compromesso da Israele da ottobre 2023. Ciò non avviene come effetto collaterale degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza ma come risultato delle politiche e delle azioni delle autorità israeliane. Queste misure stanno causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza, con gravi conseguenze per la loro salute, dignità e sicurezza.
Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
A 8 mesi dall’accordo di “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, la situazione nella Striscia di Gaza rimane tragica e il genocidio continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per gli affari umanitari, e il ministero della salute di Gaza dall’annuncio del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025 ad oggi sono state uccise a Gaza almeno 856 persone e 2.463 sono state ferite dall’esercito israeliano.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre 43.000 persone a Gaza abbiano subito lesioni permanenti.
In una recente conferenza stampa, Netanyahu ha dichiarato che l’esercito israeliano ad oggi occupa oltre il 60% della Striscia di Gaza superando il limite della “linea gialla” predisposto nell’accordo di cessate il fuoco.
di @jonathan_piccinella

Secondo l’ultimo rapporto di @medicisenzafrontiere l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene (WASH) per la popolazione della Striscia di Gaza è stato strumentalizzato e gravemente compromesso da Israele da ottobre 2023. Ciò non avviene come effetto collaterale degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza ma come risultato delle politiche e delle azioni delle autorità israeliane. Queste misure stanno causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza, con gravi conseguenze per la loro salute, dignità e sicurezza.
Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
A 8 mesi dall’accordo di “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, la situazione nella Striscia di Gaza rimane tragica e il genocidio continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per gli affari umanitari, e il ministero della salute di Gaza dall’annuncio del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025 ad oggi sono state uccise a Gaza almeno 856 persone e 2.463 sono state ferite dall’esercito israeliano.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre 43.000 persone a Gaza abbiano subito lesioni permanenti.
In una recente conferenza stampa, Netanyahu ha dichiarato che l’esercito israeliano ad oggi occupa oltre il 60% della Striscia di Gaza superando il limite della “linea gialla” predisposto nell’accordo di cessate il fuoco.
di @jonathan_piccinella

Secondo l’ultimo rapporto di @medicisenzafrontiere l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene (WASH) per la popolazione della Striscia di Gaza è stato strumentalizzato e gravemente compromesso da Israele da ottobre 2023. Ciò non avviene come effetto collaterale degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza ma come risultato delle politiche e delle azioni delle autorità israeliane. Queste misure stanno causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza, con gravi conseguenze per la loro salute, dignità e sicurezza.
Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
A 8 mesi dall’accordo di “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, la situazione nella Striscia di Gaza rimane tragica e il genocidio continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per gli affari umanitari, e il ministero della salute di Gaza dall’annuncio del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025 ad oggi sono state uccise a Gaza almeno 856 persone e 2.463 sono state ferite dall’esercito israeliano.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre 43.000 persone a Gaza abbiano subito lesioni permanenti.
In una recente conferenza stampa, Netanyahu ha dichiarato che l’esercito israeliano ad oggi occupa oltre il 60% della Striscia di Gaza superando il limite della “linea gialla” predisposto nell’accordo di cessate il fuoco.
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Secondo l’ultimo rapporto di @medicisenzafrontiere l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene (WASH) per la popolazione della Striscia di Gaza è stato strumentalizzato e gravemente compromesso da Israele da ottobre 2023. Ciò non avviene come effetto collaterale degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza ma come risultato delle politiche e delle azioni delle autorità israeliane. Queste misure stanno causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza, con gravi conseguenze per la loro salute, dignità e sicurezza.
Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
A 8 mesi dall’accordo di “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, la situazione nella Striscia di Gaza rimane tragica e il genocidio continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per gli affari umanitari, e il ministero della salute di Gaza dall’annuncio del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025 ad oggi sono state uccise a Gaza almeno 856 persone e 2.463 sono state ferite dall’esercito israeliano.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre 43.000 persone a Gaza abbiano subito lesioni permanenti.
In una recente conferenza stampa, Netanyahu ha dichiarato che l’esercito israeliano ad oggi occupa oltre il 60% della Striscia di Gaza superando il limite della “linea gialla” predisposto nell’accordo di cessate il fuoco.
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Secondo l’ultimo rapporto di @medicisenzafrontiere l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene (WASH) per la popolazione della Striscia di Gaza è stato strumentalizzato e gravemente compromesso da Israele da ottobre 2023. Ciò non avviene come effetto collaterale degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza ma come risultato delle politiche e delle azioni delle autorità israeliane. Queste misure stanno causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza, con gravi conseguenze per la loro salute, dignità e sicurezza.
Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
A 8 mesi dall’accordo di “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, la situazione nella Striscia di Gaza rimane tragica e il genocidio continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per gli affari umanitari, e il ministero della salute di Gaza dall’annuncio del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025 ad oggi sono state uccise a Gaza almeno 856 persone e 2.463 sono state ferite dall’esercito israeliano.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre 43.000 persone a Gaza abbiano subito lesioni permanenti.
In una recente conferenza stampa, Netanyahu ha dichiarato che l’esercito israeliano ad oggi occupa oltre il 60% della Striscia di Gaza superando il limite della “linea gialla” predisposto nell’accordo di cessate il fuoco.
di @jonathan_piccinella

Secondo l’ultimo rapporto di @medicisenzafrontiere l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene (WASH) per la popolazione della Striscia di Gaza è stato strumentalizzato e gravemente compromesso da Israele da ottobre 2023. Ciò non avviene come effetto collaterale degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza ma come risultato delle politiche e delle azioni delle autorità israeliane. Queste misure stanno causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza, con gravi conseguenze per la loro salute, dignità e sicurezza.
Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
A 8 mesi dall’accordo di “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, la situazione nella Striscia di Gaza rimane tragica e il genocidio continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per gli affari umanitari, e il ministero della salute di Gaza dall’annuncio del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025 ad oggi sono state uccise a Gaza almeno 856 persone e 2.463 sono state ferite dall’esercito israeliano.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre 43.000 persone a Gaza abbiano subito lesioni permanenti.
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Secondo l’ultimo rapporto di @medicisenzafrontiere l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene (WASH) per la popolazione della Striscia di Gaza è stato strumentalizzato e gravemente compromesso da Israele da ottobre 2023. Ciò non avviene come effetto collaterale degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza ma come risultato delle politiche e delle azioni delle autorità israeliane. Queste misure stanno causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza, con gravi conseguenze per la loro salute, dignità e sicurezza.
Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
A 8 mesi dall’accordo di “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, la situazione nella Striscia di Gaza rimane tragica e il genocidio continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per gli affari umanitari, e il ministero della salute di Gaza dall’annuncio del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025 ad oggi sono state uccise a Gaza almeno 856 persone e 2.463 sono state ferite dall’esercito israeliano.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre 43.000 persone a Gaza abbiano subito lesioni permanenti.
In una recente conferenza stampa, Netanyahu ha dichiarato che l’esercito israeliano ad oggi occupa oltre il 60% della Striscia di Gaza superando il limite della “linea gialla” predisposto nell’accordo di cessate il fuoco.
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Secondo l’ultimo rapporto di @medicisenzafrontiere l’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene (WASH) per la popolazione della Striscia di Gaza è stato strumentalizzato e gravemente compromesso da Israele da ottobre 2023. Ciò non avviene come effetto collaterale degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza ma come risultato delle politiche e delle azioni delle autorità israeliane. Queste misure stanno causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza, con gravi conseguenze per la loro salute, dignità e sicurezza.
Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
A 8 mesi dall’accordo di “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, la situazione nella Striscia di Gaza rimane tragica e il genocidio continua. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per gli affari umanitari, e il ministero della salute di Gaza dall’annuncio del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025 ad oggi sono state uccise a Gaza almeno 856 persone e 2.463 sono state ferite dall’esercito israeliano.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre 43.000 persone a Gaza abbiano subito lesioni permanenti.
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Come riporta MSF nella Striscia di Gaza quasi il 90% delle infrastrutture WASH è stato danneggiato o distrutto e gli impianti di desalinizzazione, i pozzi, le condutture e i sistemi fognari sono stati resi inutilizzabili o inaccessibili. Ciò va ad impattare la situazione sanitaria della popolazione gazawa, che nel corso di questi quasi tre anni ha dovuto affrontare, a causa della distruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie, la proliferazione di parassiti e roditori e di conseguenti epidemie.
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